Sapere Scienza

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Un primo piano dei due Bronzi di Riace conservati nel Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria Fonte: www.bronziriace.it

 

E luce fu, in un duplice senso. Sulla storia di una tecnica artistica che ancora oggi viene adoperata anche in ambiti scientifici e che diede vita ai possenti Bronzi di Riace e perché proprio la luce è alla base dell’analisi che ha permesso questo. La tecnica di fusione a cera persa e la fotoluminescenza sono i protagonisti di questo lunedì con “Scienza e beni culturali”.

 


Avevamo già sentito parlare di luminescenza parlando di datazioni. Se in quel caso l’emissione di luce da parte del materiale in analisi era dovuto al riscaldamento, in questo lo dobbiamo all’assorbimento di una radiazione elettromagnetica, in altre parole luce, di determinate lunghezze d’onda. Sono queste le basi su cui poggia la fotoluminescenza. Le immagini costruite raccogliendo i dati di questa spettroscopia, migliorata considerevolmente grazie alle nuove tecnologie a disposizione, hanno permesso di guardare da vicino composizione e struttura di un manufatto proveniente dal Pakistan di 6000 anni fa, rivelandone la tecnica di realizzazione che, fino a poco tempo fa, con i metodi a disposizione, non era facile comprendere.

 


E la fusione a cera persa? Di cosa si tratta? Potremmo definirla una tecnica artistica innovativa, uno dei motori che riuscì a trasportare la civiltà dall’età della pietra a quella dei metalli dando vita a grandissimi esempi di opere che, dal Neolitico, ci catapultano all’antica Grecia, proprio con i bronzi, al Rinascimento con la statuaria di Benvenuto Cellini, fino ad arrivare alla manifattura di alcuni componenti dello Space Shuttle e di altri progetti per l’esplorazione planetaria della NASA.

 

 


Il processo di realizzazione di una testa in bronzo adoperando la tecnica di fusione a cera persa. Video realizzato dal “Israel Museum” di Gerusalemme

 

Come è descritto chiaramente nel video, la fusione a cera persa si sviluppa in più fasi. Prima di tutto viene modellato l’oggetto in argilla, rinforzandolo internamente con un’anima metallica e ricoprendolo con uno strato di cera. Il modello così costruito è rivestito a sua volta con argilla. È questo lo stampo in cui, successivamente, sono ricavati dei canali per lo scolo delle cera fusa e per gli sfiati dai quali uscirà il gas sviluppato dalla lega metallica, rovente, allo stato liquido. Scaldando la forma, la cera si scioglie e viene eliminata - da qui il termine “persa” - attraverso i canali. Il suo posto sarà occupato dalla lega fusa versata nelle aperture in precedenza modellate. A questo punto la forma esterna viene frantumata e la scultura finalmente liberata. L’ultima fase prevede l’eliminazione dei residui di fusione e la rifinitura dei dettagli a mano.

 

 


Come è stato costruito l’amuleto. NPG Press via Washington Post

 


La fusione a cera persa prevede, quindi, la produzione di un pezzo unico, senza giunzioni e quindi punti di debolezza. Ciò permette di creare forme difficilmente raggiungibili con l’ausilio di altre tecniche. Un bel passo avanti in termini di tecnologia che è incredibile datare a 6000 anni fa grazie agli studi effettuati sull’amuleto di Mehrgarh, un manufatto in rame ritrovato in Baluchistan, Pakistan. Un oggetto del periodo Neolitico che per le sue caratteristiche, tra cui lo stato di corrosione avanzato, è stato difficile analizzare fino a ora. Gli scienziati hanno scoperto che l’amuleto è stato uno dei primi tentativi di realizzare un oggetto con la fusione a cera persa.

 


Nel Neolitico come oggi, la sete di innovazione e sperimentazione ha permesso agli esseri umani di costruire strumenti complessi per conoscere l’infinitamente piccolo - la fotoluminescenza - o anche per raggiungere l’infinitamente lontano - la fusione a cera persa, in una nuova veste, per la NASA.

Alessia Colaianni

Giornalista pubblicista, si è laureata in Scienza e Tecnologia per la Diagnostica e Conservazione dei Beni Culturali e ha un dottorato in Geomorfologia e Dinamica Ambientale. Divulga in tutte le forme possibili e, quando può, insegna.

copertina   maggio-giugno 2019

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