Sapere Scienza

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Il collezionista di colori

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Campioni di pigmenti della Forbes Pigment Collection. Fonte: news.harvard.edu

 


Terminata la nostra “dating saga” - almeno per ora - questa settimana vi racconterò la storia di una collezione speciale, realizzata da uno dei pionieri dell’utilizzo della scienza nell’ambito dei beni culturali. Ci trasferiamo nell’America dei primi del ‘900 per conoscere Edward W. Forbes.

 

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Edward Forbes durante una lezione nel Fogg Museum of Art nel 1944 Fonte: Woodruff, George S. Harvard University Art Museums Archives© 2007 by the President and Fellows of Harvard College

 


Forbes era uno storico dell’arte americano e fu direttore del Fogg Art Museum dell’Harvard University dal 1909 al 1944. Probabilmente ispirato dalle opere ammirate in Italia durante un suo viaggio in Europa, compiuto nel 1908, il nostro studioso iniziò a collezionare pigmenti. Oltre al naturale fascino che i colori posseggono, potremmo pensare che ciò che spinse Forbes a intraprendere questa caccia al tesoro fosse la sete di sapere legata alle tecniche artistiche del passato, le curiosità legate alla provenienza e alla composizione di questi affascinanti materiali.

 


Inizialmente grazie al girovagare di Forbes, poi per mano di esperti e curiosi che cominciarono a donare i propri campioni per la causa, nacque e si ampliò la Forbes Pigment Collection. Questo database dei colori non soddisfa solo un mero piacere della vista, non è unicamente un insieme di boccette di vetro contenenti strane polveri che un tempo – per quanto riguarda i pigmenti di origine naturale - erano il “pane quotidiano” del lavoro di bottega di giovanissimi aspiranti artisti, ma costituiva anche una libreria a cui accedere per studiare opere e verificarne l’autenticità.

 


La distanza tra arte e scienza divenne sempre più esigua e, nel 1927, il direttore del museo assunse il chimico Rutherford John Gettens per analizzare la raccolta. Dodici mesi dopo Edward Forbes fondò lo Straus Center for Conservation and Technical Studies, eccellenza mondiale per la conservazione, ricerca e formazione sulle belle arti. Nei suoi laboratori, ancora oggi, lavorano insieme conservatori, scienziati e restauratori; sono studiati con attenzione carta, dipinti, sculture, oggetti storici e archeologici, mediante tecniche analitiche e di imaging.

 


Nella prima metà del secolo scorso scienza e arte ricominciarono a dialogare, si iniziò a capire che un bene culturale è “forma e sostanza” e che la tecnologia avrebbe potuto difenderne il valore estetico e storico preservando la materia grazie al quale tutto ciò era espresso. Nasceva così, da un senso di meraviglia che si era trasformato in necessità di conoscenza, uno dei primi nuclei dedicati alla conservation science.

 

Alessia Colaianni

Giornalista pubblicista, si è laureata in Scienza e Tecnologia per la Diagnostica e Conservazione dei Beni Culturali e ha un dottorato in Geomorfologia e Dinamica Ambientale. Divulga in tutte le forme possibili e, quando può, insegna.

copertina   luglio-agosto 2019

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