Sapere Scienza

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Il viaggio della mela: dall’ultima glaciazione alla Via della Seta

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La mela occupa un posto ingombrante nel nostro immaginario, ancora più che nelle nostre tavole: è il frutto dell'albero della Conoscenza nel Libro della Genesi, la strega della fiaba di Biancaneve la offre alla protagonista per poterla avvelenare e quante volte ci avranno ripetuto che "una mela al giorno leva il medico di torno"? Malgrado il suo aspetto ingenuo e rassicurante, la letteratura e i vecchi adagi ci hanno da sempre mostrato un lato non del tutto innocente di questa succosa tentazione. E dal punto di vista evolutivo? La mela è sempre stata così come la vediamo? Quando ha iniziato il suo processo di domesticazione? La sua forma e la sua dimensione sono opera dell'uomo? Vedrete che, anche in questo caso, il "frutto del peccato" ci mostrerà qualcosa di inaspettato. Prima di iniziare, però, ho una domanda: vi è mai capitato di piantare il seme di una mela? Se sì, quale è stato il risultato finale? Ve lo chiedo perché, grazie a questo viaggio, scopriremo le risposte a questi quesiti e soprattutto la ragione per cui ciò accade.

 

Robert Spengler, esperto in paleoetnobotanica del Max Planck Institute for the Science of Human History, ha tracciato la storia della mela a partire dalle sue origini selvatiche e ha descritto i risultati ottenuti nella sua ricerca in un articolo pubblicato su Frontiers in Plant Science. Perché studiare l'evoluzione di questo frutto? Bene, nella ricostruzione della sua domesticazione - ossia del momento in cui l'uomo si è occupato della sua coltivazione e riproduzione - c'è qualcosa di poco chiaro. Come ho ricordato nell'introduzione, la mela è un frutto a noi molto familiare: cresce in ambienti dal clima temperato in tutto il mondo e la sua esistenza è fortemente intrecciata con la nostra. I pomi tra le mani delle belle fanciulle immortalate nel marmo pallido dell'arte classica dimostrano che nell'Europa meridionale la mela veniva coltivata più di 2000 anni fa. L'archeologia ci consegna altre indicazioni attraverso antichi semi, i quali testimoniano che per più di 10.000 anni le popolazioni europee e dell'Asia occidentale hanno raccolto mele selvatiche. Queste ultime hanno rifornito per millenni gli uomini ma quale è stato il processo vero e proprio di domesticazione? Quali sono stati i cambiamenti della pianta una volta coltivata? È su questo che i ricercatori hanno indagato.

 

Effettivamente, quella della mela, non è stata una domesticazione "lineare" come quella delle coltivazioni di cereali o legumi. Il rapporto uomo-alberi è comunque stato più complesso e, in questo particolare caso, sono state riconosciute due fasi principali nell'evoluzione del frutto come lo conosciamo. La caratteristica discussa nel lavoro di Spengler è la sua dimensione. Nella famiglia delle Rosaceae, di cui fanno parte le mele (Malus spp.), le piante hanno spesso frutti piccoli, come le ciliegie e i lamponi, i cui semi possono facilmente essere dispersi dagli uccelli, che mangiano queste minute bontà zuccherine per poi rilasciare il loro contenuto in luoghi più lontani. Ci sono però le pesche e le mele, evolute in ambiente selvatico, che sono troppo grandi per essere trasportate da un volatile. Siamo stati noi a manipolarle per avere frutti più grandi da addentare? Fossili e genetica ci dicono di no: questo risultato dell'evoluzione risalirebbe a molti milioni di anni prima che l'uomo decidesse di coltivarle. Allora cosa è successo, questi frutti così grandi chi avrebbero dovuto attrarre?

 

Attualmente, oltre a noi esseri umani, sono orsi e cavalli a mangiare mele. Verso la fine dell'ultima glaciazione in giro per il continente europeo c'erano molti più animali di questo tipo - megafauna, mammiferi più pesanti di 40 kg come cavalli selvatici e cervi - che poi hanno intrapreso la via dell'estinzione. Effettivamente negli ultimi 10.000 anni, i campioni archeologici, etnobotanici e paleontologici hanno mostrato una diminuzione della dispersione dei semi delle mele selvatiche. Inoltre le popolazioni di questi alberi, dal punto di vista geografico, sono rimaste in quelle zone in cui durante la glaciazione era possibile per flora e fauna sopravvivere. Ciò conferma che queste piante non hanno "percorso" lunghe distanze o colonizzato nuove aree proprio per la mancanza di animali che ne disperdessero i semi.

 

Quindi le mele erano isolate in poche aree asiatiche. Come hanno raggiunto l'Europa? Esattamente come hanno fatto molti prodotti che ancora oggi conosciamo bene, e impieghiamo quotidianamente, ma che non sono originari del nostro territorio: attraverso la Via della Seta.

 

Numerosi studi genetici hanno dimostrato che le "nostre" mele sono un ibrido di quattro popolazioni selvatiche e gli scienziati hanno ipotizzato, grazie anche le informazioni fornite da diversi scavi archeologici, che le rotte commerciali della Via della Seta siano le responsabili per aver messo insieme questi frutti portandoli all'ibridazione: le popolazioni di piante precedentemente isolate sono state messe in contatto dagli esseri umani e una volta piantati i semi, le api e altri impollinatori hanno fatto il resto. Quando gli uomini hanno notato gli alberi con i frutti più grandi, hanno fissato questa caratteristica attraverso gli innesti e piantandoli per talee (facendoli riprodurre, cioè, piantando pezzi di rami, fusto o radice).

 

Le mele che oggi mangiamo non sono quindi - è proprio il caso di dirlo - il frutto di un lungo processo di selezione e propagazione di semi dai "migliori" alberi ma di ibridazione e innesti, un percorso probabilmente più rapido e meno intenzionale. La prova di questo è che, piantando un seme di una mela, quello che crescerà sarà un melo selvatico. Solo con il giusto innesto riusciremo a ottenere il frutto desiderato. Ecco la risposta alla domanda che vi ho posto nel primo paragrafo, una curiosità che ho scoperto proprio scrivendo questo articolo.

 

È un viaggio incredibile quello che la mela ha affrontato e che l'ha portata nelle nostre vite, qui, in Europa e in altre zone del mondo, nel XXI secolo. Come scrive Stefano Mancuso, direttore del Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale e divulgatore, nel suo libro "L'incredibile viaggio delle piante": "Nonostante le piante non possano spostarsi nel corso della loro vita individuale, di generazione in generazione sono in grado di conquistare le terre più lontane, le aree più impervie e le regioni meno ospitali per la vita, con una caparbietà e capacità di adattamento che tante volte mi sono trovato a invidiare".

 

Credits immagine: foto di Karsten Paulick da Pixabay

Alessia Colaianni

Giornalista pubblicista, si è laureata in Scienza e Tecnologia per la Diagnostica e Conservazione dei Beni Culturali e ha un dottorato in Geomorfologia e Dinamica Ambientale. Divulga in tutte le forme possibili e, quando può, insegna.

copertina   luglio-agosto 2019

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