Sapere Scienza

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Tra le verdi e fitte foreste del Guatemala, per secoli, sono state nascoste le rovine di una civiltà di cui, fino a ora, probabilmente, conoscevamo ancora pochissimo. Queste sono le rivelazioni dei ricercatori impegnati nel progetto triennale “PACUNAM LiDAR Initiative” che ha come obiettivo la mappatura di 14.000 chilometri quadrati di bassopiani guatemaltechi. La prima fase si è già mostrata ricca di svolte, tutto grazie a una strumentazione “presa in prestito” dalla geologia.

 

I Maya sono una popolazione vissuta in America Centrale dal 2000 a.C. fino al XVI secolo, periodo in cui, venne sottomessa dai conquistatori spagnoli. La civiltà Maya, però, era già in crisi. A cosa si doveva questa fase di declino? In realtà sono molte le interpretazioni elaborate per rispondere a questo quesito, alcune delle quali vedono la causa dell’abbandono delle fiorenti città del periodo classico (200-900 d.C.) nei cambiamenti climatici.

 

I centri abitati, testimonianze di una vita e di una società passata, risucchiati dalla forza dirompente della natura. Come fare a recuperare questo patrimonio di conoscenza, una chiave di lettura in un certo senso imprescindibile per capire veramente quale sia stato il destino dei Maya? Ecco che nella regione del Petén, in Guatemala, più di 200 chilometri quadrati sono stati setacciati dal LiDAR. Cos’è e cosa ha visto per noi questo strumento molto usato nelle prospezioni geologiche?

 

LiDAR è l’acronimo di Light Detection and Ranging ed è una tecnica di telerilevamento ossia di rilevamento a distanza di caratteristiche fisiche e morfologiche di un territorio. Nello specifico si tratta di una scansione laser effettuata dall’alto - la strumentazione è posizionata a bordo di un aereo o montata su un drone - e in cui ogni punto registrato porterà con sé le proprie coordinate geografiche e l’altezza. I dati raccolti riusciranno, attraverso l’elaborazione con specifici software, a restituire l’ambiente ripreso in maniera dettagliata e a riprodurne le caratteristiche in immagini tridimensionali. In particolare, la nuvola di punti sarà impiegata per realizzare un DTM, Digital Terrain Model, una rappresentazione della distribuzione delle quote di un’area in formato digitale, che potrà mostrarci l’andamento della superficie del terreno, eliminando il contributo della vegetazione.

 

 

 

Ed ecco che, agli occhi increduli degli archeologi, è comparsa una complessa megalopoli di più di 60.000 strutture, con sistemi di difesa quali mura, bastioni e fortificazioni, strade sopraelevate, sistemi di irrigazione e coltivazioni a terrazze. I Maya non erano distribuiti, quindi, in città piccole poco abitate. La popolazione poteva contare dai 10 ai 15 milioni di persone, tre  volte le stime demografiche precedenti.

 

La ricerca proseguirà mediante l’utilizzo di queste nuove tecnologie e gli studiosi ringrazieranno quella natura incontaminata che, a torto, consideravano un ostacolo e che, invece, ha conservato questo tesoro ancora tutto da scoprire, proteggendolo tra le sue selvagge braccia.

Alessia Colaianni

Giornalista pubblicista, si è laureata in Scienza e Tecnologia per la Diagnostica e Conservazione dei Beni Culturali e ha un dottorato in Geomorfologia e Dinamica Ambientale. Divulga in tutte le forme possibili e, quando può, insegna.

copertina   luglio-agosto 2018

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