Sapere Scienza

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L'insostenibile leggerezza di un selfie

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Parliamo ancora una volta di Google Arts & Culture, questa volta focalizzando la nostra attenzione sulla sua app. Disponibile già dal 2016, ha avuto una vera e propria impennata di download e sono state scritte pagine di articoli e commenti solo a partire dalla scorsa settimana. Il motivo? L’introduzione della possibilità di scattarsi un selfie e confrontarlo con le opere presenti nel database, fino a trovare il ritratto che più ci somiglia.

 

La febbre da ricerca del proprio sosia “storico-artistico” non ha risparmiato nessuno: presto sono comparsi autoscatti affiancati dal dipinto giudicato più simile anche dagli account Facebook, Twitter e Instagram di celebrità di Hollywood.

 

Un bel modo per avvicinare il pubblico all’arte e, incrociando le dita, di portarlo ad esplorare tutte le altre funzionalità di questa applicazione: i tour e la realtà virtuale, la possibilità di osservare dipinti nei loro più piccoli dettagli grazie alle fotografie in gigapixel, le visite guidate a cura di esperti, la creazione di una propria collezione personale e l’utilissimo trova musei ed eventi.

 


 

Ma...sì, c’è un “ma”! Molti utenti, dopo aver scaricato la app, hanno rilasciato commenti negativi perché non riuscivano a trovare questa nuova opzione. Questo perché la funzionalità legata all’abbinamento selfie-ritratto è stata implementata solo in America e, in alcuni stati, le leggi legate alla privacy e al riconoscimento biometrico, non ne hanno consentito l’utilizzo. In attesa che anche qui in Italia si inizi a giocare con il proprio volto imparando anche qualcosa di arte e cultura, c’è un’altra seria riflessione scaturita da quello che può sembrare un passatempo.

 

Molti utilizzatori afro-americani, asiatici o dai tratti differenti da quelli caucasici si sono scontrati con una dura e spiacevole realtà: i loro volti erano spesso associati a raffigurazioni di servi, schiavi o di figure prive di una vera e propria dignità. Ecco come una dei tanti divertissement tecnologici a nostra disposizione ci ha posto davanti alla storia, al passato, a ciò che molti popoli hanno dovuto subire e al fatto che, ancora oggi, le opere raccolte nei musei non riescano a riflettere la diversità, quel melting pot così facile da raccontare e così difficile da realizzare concretamente.

 

Il team di Google Arts & Culture, che per ora ha collaborato con oltre 1200 musei, gallerie e istituti nazionali di 70 paesi, ha promesso che il database sarà ulteriormente arricchito per poter rappresentare e includere una percentuale sempre più alta di persone. Rimane l’amara consapevolezza di una condizione che a volte fingiamo di non conoscere e la sorpresa nel constatare come un gesto superficiale come un selfie possa far emergere così prepotentemente il legame tra arte, tecnologia e società.

Alessia Colaianni

Giornalista pubblicista, si è laureata in Scienza e Tecnologia per la Diagnostica e Conservazione dei Beni Culturali e ha un dottorato in Geomorfologia e Dinamica Ambientale. Divulga in tutte le forme possibili e, quando può, insegna.

copertina   maggio-giugno 2019

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