Sapere Scienza

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La tassidermia: un mestiere antico e una lunga riflessione sul futuro dei musei di storia naturale

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Oggi usciamo dai laboratori e passiamo un po’ di tempo in altri luoghi che uniscono la scienza e i beni culturali: i musei di storia naturale. Qui in Italia spesso i riflettori sono puntati sulle grandi collezioni artistiche, gli edifici storici, i beni paesaggistici. Un’attenzione più che giustificata in quanto siamo detentori di un patrimonio immenso con grandissimi problemi di tutela e conservazione causati da mancanza di fondi ma anche dalla paura di cambiare. Pochi conoscono, ad esempio, le grandi raccolte entomologiche, malacologiche o anche mineralogiche. Questo doveva essere un post dedicato al restauro e conservazione dei campioni naturalistici. È anche vero, però, che c’è valorizzazione quando c’è conoscenza. Ho parlato di tassidermia e, soprattutto, del futuro dei musei di storia naturale con Alberto Michelon, naturalista e tassidermista.

 


Chi è il tassidermista? Di cosa si occupa?

 


Il tassidermista è colui al quale è affidato un animale deceduto. A lui è chiesto di dargli una nuova vita trattandone la pelle e rivestendo con essa un manichino che permetta di riportarlo alle fattezze possedute quando era ancora vivo.

 

Alberto Michelon è divenuto tassidermista quasi casualmente: studente di Scienze Naturali a Padova, ha cominciato a frequentare come volontario il Museo di Zoologia dell’università, una struttura in fieri all’epoca. Nei magazzini erano conservate delle ossa di un elefante e il restauro di queste, la ricostruzione dello scheletro e della triste storia legata a questo reperto costituirono la tesi di laurea di Alberto. In seguito, due anni di studio “a bottega” presso un maestro di tassidermia in Toscana e tanta esperienza all’estero, in Spagna.

 

La tassidermia è molto cambiata nel corso degli anni. Mi è stato raccontato che, in passato, persino le pose degli animali erano differenti.

 

È vero e i motivi sono molteplici. Per prima cosa gli animali, un tempo, erano utilizzati per motivi di studio quindi, ad esempio, la posa aggressiva con i denti in evidenza era necessaria per analizzare la dentatura dell’esemplare. In secondo luogo, i tassidermisti del ‘600, ‘700, ‘800 lasciavano all’interno dell’animale imbalsamato parti dello scheletro quali estremità, ossa lunghe e cranio, pulivano poco le pelli e le conciavano con arsenico. Molta carne rimaneva attaccata ai resti e, con il trascorrere degli anni, cominciava a ritirarsi causando uno spostamento della struttura e conferendo al reperto quell’aspetto “mostruoso”. La tassidermia moderna, invece, parte da una pulitura completa delle pelli che, dopo essere conciate, sono adattate a un manichino in poliuretano espanso, per evitare quanto più possibile l’uso di materiale organico, soggetto alla decomposizione.

 

Qual è lo stato di conservazione delle collezioni italiane?

 

Ciò che si trova oggi nei musei di storia naturale italiani sono soggetti vecchi, malconci, abbandonati per lo più nei magazzini. I migliori, solitamente, esposti nelle sale. Rimane nascosta una quantità di materiale di grande valore storico ed economico che, per mancanza di fondi e di volontà, non viene recuperato. L’Italia possiede numerose collezioni mal distribuite: appartengono a università, Comuni, scuole e manca – a differenza di altri paesi – un grande museo nazionale che possa catturare l’attenzione del pubblico. Quello di Milano è esteso ma non esemplare, quello di Trento è forse il migliore.

 

Quale futuro si prospetta per i musei di storia naturale in Italia? E per i tassidermisti?

 

Io mi augurerei un futuro roseo ma la realtà non ci suggerisce questo. È necessario sensibilizzare il pubblico, portarlo al museo con nuovi servizi e attrattive proprio come succede nei musei di New York e Parigi. Per quanto riguarda la tassidermia, nella nostra nazione non si può vivere di sola conservazione e restauro. Questa è, per fortuna, una scienza dalle mille declinazioni. Tralasciandone le applicazioni legate alla caccia, esiste la tassidermia artistica: del resto l’imbalsamazione degli animali è un’arte e affonda le proprie radici nell’artigianato.

 


Lo stupore davanti ad uno scheletro di un animale a noi sconosciuto, il riflesso dell’evoluzione e della biodiversità del nostro pianeta attraverso i colori e le forme più svariate e impensabili, le storie di animali, ricercatori ed esploratori. È questo che spinge tanti professionisti a dedicarsi alla conservazione e valorizzazione del patrimonio scientifico e naturalistico ed è da qui che bisognerebbe ripartire per mostrarlo e spiegarlo a tutti coloro che ne ignorano la meraviglia.

 


Noi ci rivedremo la prossima settimana. Torneremo in laboratorio con nuove tecniche diagnostiche da scoprire e nuovi materiali da analizzare.

Alessia Colaianni

Giornalista pubblicista, si è laureata in Scienza e Tecnologia per la Diagnostica e Conservazione dei Beni Culturali e ha un dottorato in Geomorfologia e Dinamica Ambientale. Divulga in tutte le forme possibili e, quando può, insegna.

copertina   settembre-ottobre 2019

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