Sapere Scienza

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Nel blu dipinto di blu: la fotografia aerea in archeologia

di 
F. Nadar, vue aérienne du quartier de l’Etoile F. Nadar, vue aérienne du quartier de l’Etoile http://etudesphotographiques.revues.org

 

F. Nadar, veduta aerea del quartiere de "l’Etoile", da http://etudesphotographiques.revues.org

 

Guardare dall’alto la superficie del nostro Pianeta riserva sempre magnifiche sorprese: le città diventano presepi, con le loro case, i corsi d’acqua, le grandi opere. E poi c’è la campagna che sembra una coperta in patchwork dalle tonalità che vanno dal verde all’ocra gialla. In realtà, in quegli scampoli di “stoffa”, c’è molto da scoprire. La fotografia aerea in archeologia è una delle metodologie più datate ma anche una delle più efficaci in quanto ci dà informazioni visive che sarebbe difficile raccogliere passeggiando nelle aree interessate. Questo tipo di approccio, infatti, non si limita all’identificazione e scoperta di nuovi siti d’interesse archeologico ma riveste un ruolo importante in tutte le fasi della ricerca, dall’interpretazione delle immagini al loro valore documentale, passando per la salvaguardia ed il monitoraggio.

 

Tutto cominciò quando un francese di nome Gaspard-Felix Tournachon, al secolo Nadar, uno dei pionieri della fotografia, nel 1858 immortalò Avenue du Bois de Boulogne, a Parigi, dall’alto di una mongolfiera.

 

Con il passare del tempo questo tipo di pratica si legò sempre più al mondo militare infatti, nel Regno Unito, il riconoscimento aereo riuscì ad evolversi proprio durante la Grande Guerra, per incontrare i bisogni dell’intelligence. La fotografia aerea rimase una parte significante della formazione della Royal Air Force – l’aereonautica militare inglese - negli anni che seguirono il conflitto mondiale e furono proprio gli aviatori a intuire le straordinarie potenzialità delle riprese dall’alto nella comprensione dell’evoluzione storica e nella vera e propria lettura del paesaggio. In Italia l’aerofotogrammetria – sinonimo più tecnico – cominciò a svilupparsi solo dopo la Seconda Guerra Mondiale tra le mura dell’Istituto Geografico Militare di Firenze, dell’Istituto di Topografia di Roma e dell’Università La Sapienza.

 

Cosa possono leggere gli archeologi da una fotografia scattata dall’alto? Come si manifesta una traccia archeologica? Essa si presenta come un’anomalia: la presenza di resti di strutture antiche modifica le caratteristiche del terreno che, in quelle zone, si mostra in maniera differente. Umidità, vegetazione, humus, rilievo sono gli elementi che possono mutare, indicandoci dove cercare.

 

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Villaggio neolitico nei pressi di Masseria Fongo, a sud di Foggia. La prima è una fotografia verticale dell’Istituto Geografico Militare scattata nel maggio del 1955, la seconda è una foto aerea obliqua del maggio 2005. Entrambe le immagini appartengono all’archivio del LABTAF – Laboratorio di Topografia Antica e Fotogrammetria dell’Università del Salento - e sono state tratte dal contributo di Giuseppe Ceraudo, “Aerial Photography in Archaeology” contenuto in “Good Practice in Archaeological Diagnostic of Complex Sites” di Corsi, C., Slapsak, B., Vermeluen, F., Springer (2013)

 

È necessario precisare, però, che il paesaggio andrebbe letto nella sua totalità e che l’antico deve sempre essere posto in relazione con il moderno. Inoltre la sola fotografia ha un valore limitato: sono la georeferenziazione e il confronto con altri tipi d’immagini – ad esempio quelle raccolte dal satellite – a permetterci di aprire quel vaso di Pandora di cui la prospezione aerea è solo il coperchio.

 

 

Alessia Colaianni

Giornalista pubblicista, si è laureata in Scienza e Tecnologia per la Diagnostica e Conservazione dei Beni Culturali e ha un dottorato in Geomorfologia e Dinamica Ambientale. Divulga in tutte le forme possibili e, quando può, insegna.

copertina   luglio-agosto 2019

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