Sapere Scienza

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Foto di Pavanaja - Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=31864150

 

In India il Bos taurus indicus, il mansueto animale che potete osservare nell’immagine di copertina, è sacro. Anche dal punto di vista della conservazione dei beni culturali la vacca sacra indiana ci riserva non poche sorprese. Di cosa stiamo parlando? Continuate a leggere e lo scoprirete.

 


Il protagonista dell’appuntamento di questa settimana è un inchiostro. Già in precedenti articoli abbiamo raccontato delle straordinarie storie che si celano dietro ai pigmenti e, ancora una volta, grazie a una goccia di liquido nero sarà possibile iniziare uno straordinario viaggio.

 


Quando la biro era ancora lontana, in Egitto e in Cina si scriveva con inchiostri a base di polveri ottenute bruciando legno, ossa o con del nerofumo – prodotti della combustione di carbone, bitume o oli vegetali – e in Europa si faceva largo consumo di inchiostro ferrogallico. Nell’India orientale, in particolare nella zona di Assam, invece, era stata data una risposta diversa all’esigenza di riportare su carta i frutti della propria cultura: c’era il Mahi.

 


La ricetta del Mahi, a base di erbe, prevedeva che proprio nell’urina delle mucche fossero ridotti in poltiglia e lasciati a bagno la polpa, la corteccia o l’intero corpo di un gran numero di piante tra cui il mango (Mangifera indica) e la Centella asiatica. Il recipiente in terracotta in cui avveniva la preparazione, svolta durante i nebbiosi inverni di Assam, era tenuta lontano da fonti dirette di luce. In un secondo momento vi si immergevano chiodi arrugginiti ed erano aggiunti persino sangue di anguilla (Monopterus cuchia) e di pesce gatto (Pangasius sutchi).

 

Alcuni ingredienti del Mahi, inchiostro indiano


Alcuni degli ingredienti del Mahi, l’inchiostro indiano dalle straordinarie proprietà: la corteccia del mango, l’intera pianta della Centella asiatica, sangue di anguilla e di pesce gatto. Fonti: (a) Pianta di mango di W.A. Djatmiko (Wie146) - Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2964039, (b) Centella asiatica di Forest & Kim Starr, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=6116886 , (c) esemplare di anguilla di http://cars.er.usgs.gov/pics/nonindig_fish/nonindig_fish/nonindig_fish_2.html, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=646574 (in questo caso Monopterus albus e non cuchia), (d) pesce gatto di http://www.aquarist-classifieds.co.uk/php/detail51_69228.php

 


Il liquido ottenuto, dopo 9-10 giorni, veniva filtrato ed era pronto per essere adoperato. Quello che a noi sembra uno strano intruglio, può essere realmente paragonato a una pozione magica che ha permesso ai manoscritti indiani di superare i capricci del Tempo, giungendo sino a noi. È per questo che alcuni scienziati hanno deciso di studiarne la composizione e le caratteristiche fisico-chimiche.

 

Manoscritto indiano


Parti di un manoscritto indiano trascritto nel 1799 d.C. Fonte: Barsha R. Goswami, Monoj K. Das, Pranjal P. Das, Tapas Medhi, Anand Ramteke, Simanta Hazarika and Robin K. Dutta, Mahi: a unique traditional herbal ink of early Assam, Current Science, Vol. 112, n°3, 10 febbraio  2017

 


Al contrario dell’occidentale e corrosivo inchiostro di galla, il Mahi ha mostrato di avere notevole resistenza all’ossidazione all’aria e all’attacco di funghi. Analisi quali la fluorescenza nel visibile e nell’UV e un particolare tipo di cromatografia (High Performance Liquid Chromatography – HPLC, abbinata alla spettroscopia UV) hanno svelato i composti chimici responsabili delle straordinarie proprietà di questo inchiostro: il pH neutro mantenuto tale dall’ammoniaca contenuta nell’urea e la sua azione antifungina, il basso contenuto in ferro che evita le reazioni di ossidazione, il rame - usuale protagonista degli effetti distruttivi sui manoscritti- catturato in molecole formatesi grazie alla presenza sempre dell’urina e delle diverse erbe presenti.

 


Quelle elencate sono solo alcune delle straordinarie qualità di una ricetta antica che, ancora oggi, potrebbe essere usata in innovativi progetti di conservazione e valorizzazione del patrimonio di un paese in cerca di riscatto. La magia continua!

Alessia Colaianni

Giornalista pubblicista, si è laureata in Scienza e Tecnologia per la Diagnostica e Conservazione dei Beni Culturali e ha un dottorato in Geomorfologia e Dinamica Ambientale. Divulga in tutte le forme possibili e, quando può, insegna.

copertina   maggio-giugno 2019

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