Sapere Scienza

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I ritratti sono tra i soggetti più affascinanti della storia dell'arte. Istantanee, spesso di personaggi illustri, che attraverso piccoli dettagli ci raccontano scorci di vite passate. Ed è così che, una semplice somiglianza, può divenire la scintilla per uno studio di attribuzione di un dipinto e per l'identificazione del suo soggetto: forse lo scienziato Galileo Galilei.

 

Parte di questa ricerca ha avuto inizio quasi per caso. A Padova, presso i Musei Civici agli Eremitani, è conservato un "Ritratto di un uomo barbuto": la sua identità non è conosciuta, esattamente come quella di chi lo dipinse. Ma ecco che Paolo Molaro, ricercatore dell'Istituto Nazionale di Astrofisica, collega quell'uomo sulla tela proprio a Galileo Galilei e, curiosando nelle testimonianze scritte riguardanti lo scienziato, intuisce anche che l'autore dell'opera potrebbe essere un altro.

 

La prima biografia documentata di Galileo Galilei risale alla fine del XVIII secolo e, tra le numerose informazioni riportate, vi è un resoconto dei numerosi suoi ritratti dipinti dai maestri dell'epoca, alcuni dei quali sono andati perduti nel corso del tempo. Tra le opere smarrite vi è quella che ritrae un Galilei trentottenne, realizzata nel 1602 da Santi di Tito, un artista toscano. È il primo ritratto di cui si ha una documentazione precisa. E se si trattasse proprio di quello conservato a Padova? Quelle descritte sono solo idee, deduzioni a tratti esili. Sono necessarie delle prove per poter conferire attribuzione certa al dipinto. Come procedere a questo punto?

 

Come è suggerito in un breve resoconto del lavoro pubblicato sulla rivista Astronomische Nachrichten, la datazione - in questo caso - poteva poco: la misura del Carbonio-14 può distinguere solo in teoria un'opera realizzata intorno al 1550 da una dipinta nel 1602. Purtroppo, per questo periodo storico, il radiocarbonio non riesce a dare una risposta univoca e puntuale poiché la curva di calibrazione basata sulla dendrocronologia non è monotona e l'errore sulle età ottenute è di un secolo, un valore così ampio da intersecare le due date da discriminare.

 

In alcune circostanze la tavolozza del pittore possiede delle caratteristiche così specifiche da poter essere ricondotta al singolo artista o bottega. Per poter giungere a questo tipo di informazioni gli scienziati hanno applicato l'imaging con la fluorescenza ai raggi X, in particolare la scansione macro-XRF (MA-XRF). Questa tecnica permette la visualizzazione della distribuzione degli elementi chimici su un campione macroscopico piatto (come la superficie di una tela), garantendo l'integrità dell'opera. Il dipinto è stato scansionato con un fascio di raggi X focalizzato o collimato e ne è stata analizzata la risultante radiazione fluorescente emessa. Si è ottenuta così una mappa di distribuzione degli elementi nel dipinto, a sua volta legata ai pigmenti adoperati dal pittore, un tesoro di informazioni che può guidarci attraverso il processo creativo dell'artista e la storia della conservazione del bene culturale.

 

Cosa hanno rivelato i ricercatori sull'identità del personaggio barbuto e dell'uomo che lo dipinse? La tavolozza non è stata in grado di condurci al suo maestro ma, in una danza di elementi, il ferro, il rame e soprattutto il mercurio, hanno aperto la strada a nuove prove che sembrano confermare che il soggetto del ritratto sia proprio Galileo Galilei. Al di là del velo scuro della vernice che impedisce all'occhio nudo di percepire quelli che erano i colori utilizzati in origine, i raggi X hanno descritto una capigliatura rossiccia resa con gli ossidi di ferro, due occhi cerulei di azzurrite, un carbonato di rame, e un'alta concentrazione di cinabro, solfuro di mercurio, all'altezza dello zigomo sinistro.

 

In questi studi i documenti antichi e il confronto con le opere di sicura attribuzione sono fondamentali. I ricercatori hanno riportato nell'articolo che Niccolò Gherardini, biografo e amico di Galilei, descrisse quest'ultimo come una persona all'apparenza seria, piuttosto alta, di carnagione chiara con sguardo brillante e capelli rossicci. Questi sono tratti fisici che si ritrovano in un ritratto di Galileo Galilei attribuito a Domenico Tintoretto, il figlio di Jacopo Robusti (il Tintoretto che noi tutti conosciamo, da cui ereditò il soprannome) e conservato presso il National Maritime Museum di Greenwich. L'abito che indossa è molto simile a quello presente in un altro ritratto del Vienna Kunsthistorishes Museum, dipinto nel 1612 da Tiberio Titi, figlio di Santi di Tito e pittore di corte della famiglia Medici. Data la somiglianza della pelliccia indossata da Galileo nel dipinto di Tiberio Titi rispetto al mantello riprodotto nel "Ritratto di un uomo barbuto" di Padova, si è favoleggiato che il Titi, nel 1612, avesse rappresentato Galilei che indossava la stessa veste dipinta dal padre un decennio prima.

 

L'alta concentrazione di mercurio sulla guancia sinistra nell'opera degli Eremitani, inoltre, è un fil rouge che lega tutte le tele citate: nel Tintoretto del 1604 e nel Titi del 1612, Galileo mostra una specie di nodulo sullo zigomo sinistro, probabilmente un nevo di Miescher, un neo di quelli che si sviluppano in età adulta e crescono con il passare del tempo. Avrebbe quindi una logica osservare una imperfezione più piccola nel disegno di Santi di Tito e una di dimensioni maggiori nel Tintoretto. Se l'eccesso di cinabro sotto l'occhio sinistro fosse veramente un neo, ciò supporterebbe l'ipotesi per cui l'uomo barbuto di Padova altri non sia che lo scienziato raffigurato da Santi di Tito nel 1602.

 

Per ora l'attribuzione rimane ancora in forse, in attesa di una pulitura che confermi la presenza effettiva del neo.

 

Immagine di copertina: Ritratto di Galileo Galilei di Domenico Robusti (olio su tela, 1602-1607 circa), National Maritime Museum (Greenwich, Regno Unito), modif.

Alessia Colaianni

Giornalista pubblicista, si è laureata in Scienza e Tecnologia per la Diagnostica e Conservazione dei Beni Culturali e ha un dottorato in Geomorfologia e Dinamica Ambientale. Divulga in tutte le forme possibili e, quando può, insegna.

copertina   gennaio-febbraio 2019

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