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Street art e natura: Hitnes incontra John James Audubon

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Le vite degli uomini sono una trama complessa di fili che si incrociano, nello spazio e nel tempo, tessendo strane e affascinanti storie. Non tutte riusciranno a raggiungere la notorietà, né avranno la forza di conquistare i cuori e le menti di ognuno di noi, ma ce ne sono altre che potranno essere la scintilla di un fuoco così vivo da cambiare il mondo. È ciò che ho pensato raccontando la storia di John James Audubon, protagonista inconsapevole di un movimento di salvaguardia dell'avifauna americana grazie alle meravigliose illustrazioni naturalistiche realizzate per The Birds of America, nel 1838. Sempre quelle immagini, così vivide, hanno portato un artista dei nostri giorni a seguire le sue orme, vivere la natura del continente americano e guardare negli occhi quella particolare ossessione che aveva spinto l'ornitologo del XIX secolo a dipingere ben 489 specie di uccelli. Stiamo parlando di Hitnes, street artist di Roma, e del suo The Image Hunter. Il progetto è suddiviso principalmente in due parti: la prima focalizzata sul viaggio, in equilibrio tra ecosistemi naturali - in cui osservare e disegnare gli stessi soggetti che avevano affascinato Audubon - e i centri urbani, dove realizzare i murales dedicati agli uccelli ritrovati; la seconda, una mostra allestita presso l'Halsey Institute of Contemporary Art at the College of Charleston, negli Stati Uniti.

 

I tuoi murales hanno già rappresentato in passato soggetti naturalistici, ad esempio le sei facciate del quartiere romano di San Basilio dipinte nel 2015. Qual è stato il passo che ti ha portato a The Image Hunter?

Tratto il tema naturalistico da quando realizzo murales, quindi dal '96, concentrandomi su ciò che mi piace quindi gli animali, in generale. L'idea di "The Image Hunter" ha iniziato a prendere forma dalla visita a una mostra, tenutasi a New York, degli acquerelli originali di John James Audubon. In seguito ho ricevuto una proposta da una curatrice americana e da lì, in un pomeriggio, il progetto ha preso forma. Nel 2014 è cominciata la parte organizzativa come, ad esempio, la ricerca dei muri e dei contatti necessari per affrontare il viaggio. Nel luglio 2015 siamo partiti e siamo rimasti negli Stati Uniti per 3 mesi: il nostro obiettivo era visitare i luoghi di Audubon, cercare alcune specie di uccelli e ridipingerli sui muri delle città che ci ospitavano. Parlo al plurale perché sono stato accompagnato da un video maker con il quale abbiamo realizzato un vero e proprio film: l'unico modo per documentare questa spedizione e trasmettere il concetto di performance che si lega alla street art. Adesso, invece, sono a Charleston, dove il 17 agosto (il vernissage è previsto, invece, per il 24 agosto) aprirà la mostra alla quale sto lavorando dal 2017.

 


The Image Hunter: On the Trail of John James Audubon from Halsey Institute on Vimeo.

 

Nella prima fase di The Image Hunter hai realizzato murales in numerose città americane sulla base delle tue osservazioni, immerso nella natura americana. Invece, nella mostra che stai allestendo quale tipo di materiale esporrai?

Ci saranno due tipologie di opere. Le shadow box, scatole che qualcuno ricorderà costruite da artisti come Joseph Cornell o Marcel Duchamp: una sorta di teatrini con oggetti e sagome posizionati a differenti profondità, su più livelli. Ricopiare gli acquerelli di Audubon sarebbe stato inutile ed è per questo che ho intrapreso questa strada (anche se il lavoro che c'è dietro è tantissimo e quasi mi sono pentito della scelta). Ho, quindi, tentato di affrontare l'aspetto che ha caratterizzato la sua opera ossia la spettacolarizzazione, il fatto di rendere gli uccelli vivi, di descrivere e illustrare il loro comportamento, più che la semplice forma di questi animali. Un'eredità che ritroviamo nei diorami americani e che ho cercato di mostrare con questo particolare linguaggio. Sono 15 scatole di grandi dimensioni (le più piccole misurano 70x100 cm) che rappresentano i 15 murales - i 15 uccelli - dipinti durante il viaggio: saranno loro il cuore della mostra. Dall'altro lato ci saranno delle incisioni: lì si aprirà un dialogo con il libro The Birds of America e con gran parte della vita di Audubon, che ha lottato per la sua realizzazione. Sono 53 lastre con dimensioni lontanissime dall'elephant folio utilizzato da Audubon (la più grande è 4x8 cm). Con queste lastre ho creato un libro, Fragments of the Birds of America. Nell'esposizione ci saranno queste 53 acqueforti e, in più, tre libri confezionati con una forma che molto ricorda l'originale The Birds of America, un lavoro contemporaneo sul libro che non si allontana troppo da quel mondo.

 

Il viaggio è una parte centrale di questo progetto. Ti sei diviso tra natura e città. Quando pensi di aver incrociato lo sguardo di Audubon, di aver osservato ciò che lui aveva visto e vissuto?

Questo avviene dopo un po', dopo essere entrati nello spirito dell'osservazione. Più è difficile il luogo in cui sei, più capisci la vera natura del lavoro di Audubon. Due sono stati i momenti fondamentali. Uno è stato sicuramente nelle paludi di Okefenokee in Georgia, nei 3 giorni in cui ero in canali pieni di alligatori a cercare uccelli: ecco, questo mi ha dato una dimensione unica del mondo naturale e dell'avifauna. Quando si svolge una ricerca del genere, gli animali ti accompagnano e ti danno un obiettivo e ciò crea una strana relazione tra te e il soggetto che dipingerai. Inizi, inoltre, a capire molto del loro comportamento nell'ambiente in cui vivono. Le Everglades hanno rappresentato un altro luogo importante. Il mio approccio iniziale a questa avventura è stato un po' ingenuo: io vengo da Roma e non sono uno scienziato, quindi non conoscevo i tempi di migrazione, ad esempio, delle spatole rosate (Platalea ajaja). Di conseguenza ho fatto molta fatica ed è stato proprio questo che mi ha permesso di comprendere dove e come vivono questi animali. Se vieni massacrato dalle zanzare per scovare un esemplare, andrà a finire che anche il tuo disegno pizzicherà un pochetto. Questo è il punto, la grande osservazione: io ho sempre pensato che questo fosse un lavoro sull'ossessione più che sugli uccelli. Quella dimensione, anche ripetitiva, tipica dei personaggi, dei naturalisti dei tempi di Audubon.

 

Hai avuto modo di osservare l'avifauna. Secondo te quali cambiamenti naturalistici ci sono stati dai tempi di Audubon a oggi?

Ci sono stati grandissimi cambiamenti paesaggistici. La cosa incredibile è che, comunque, in America c'è ancora una natura esuberante. Certo, quello che deve aver visto Audubon sarà stato diverso: ad esempio è riuscito a osservare la colomba migratrice (Ectopistes migratorius) o i parrocchetti della Carolina (Conuropsis carolinensis), oggi estinti. Nel mio viaggio, a stretto contatto con la National Audubon Society, mi sono anche state raccontate delle storie belle di recupero. Adesso il pellicano bruno (Pelecanus occidentalis), il falco pescatore (Pandion haliaetus) e l'aquila calva (Haliaeetus leucocephalus) sono tornati.

 

RedStart Summerville Hitnes

 

Hitnes, American redstart a Summerville, SC. Fonte: The Image Hunter, account ufficiale su Instagram

 

Qual è stata la reazione degli abitanti delle città ai tuoi murales?

Il riferimento a Audubon, in quanto personaggio storico, non è stato probabilmente colto, al contrario del legame con la National Audubon Society. In generale, il tema naturalistico diventa un pretesto estetico, perché il soggetto animale e vegetale piace molto. Ci sono anche animali specifici che piacciono di più, ad esempio gli uccelli piacciono sempre, non si sbaglia mai. Quindi sì, le reazioni sono sempre state molto positive ma non so quanto questo sia connesso alla figura di John James Audubon, almeno che il progetto non venisse spiegato con attenzione.

Pensi di fare questo durante la mostra, sottolineare anche l'aspetto di conoscenza e conservazione del patrimonio naturalistico?

Questo è un punto molto delicato. Nel mio lavoro l'attenzione in questo tipo di cose non è così esplicita. Io comunico l'interesse e la fascinazione per questi soggetti in primis. Poi è la fascinazione stessa che porta ad accorgersi di quello che si ha intorno e, se ci si accorge di quello che si ha intorno, è più semplice fare il primo passo. Questo è un ancoraggio più forte di un semplice slogan. Questa è la mia idea, un mio modo di lavorare e credo che funzioni molto di più su un muro: qualsiasi cosa che venga dipinta su una superficie estesa come una parete di un edificio diviene pubblica, si crea un posto e un messaggio. Sta poi a chi guarda interpretare. Per quanto riguarda la mostra, sarà più legata alla spiegazione del viaggio, che è stato la vera e propria performance e che sarà anche descritto nel film, probabilmente in uscita verso la fine del 2018.

 

Audubon, inconsapevolmente, con i suoi disegni ha dato il via a un movimento che è stato in grado di modificare le sorti della fauna e della flora americane (la National Audubon Society, una delle più antiche organizzazioni che si occupano di conservazione del patrimonio naturalistico americano, fondata nel 1905 e a cui è stato dato il nome dell'ornitologo). Come ti poni rispetto a questo? Cosa ti ha lasciato questa esperienza? Pensi possa essere il seme per altro?

L'arte è stata per John James Audubon un mezzo, un'esperienza catalogativa che lo ha aiutato a capire che in natura stava succedendo qualcosa. Io, personalmente, non nutro purtroppo grandi speranze ma mi auguro che qualcuno apra gli occhi: il paradosso è che ora abbiamo tutta la conoscenza del mondo con un click e non siamo mai stati così ignoranti. Non mi sento un "paladino della giustizia" perché mi rendo conto che la relazione che ha il genere umano con questo meccanismo della scoperta è mutato: le persone non ascoltano più nulla, sono saturate dalle notizie. Chiaramente spero che il mio lavoro faccia pensare e parlare qualcuno. Sono un po' disilluso ma più se ne parla meglio è. Qualcuno potrebbe arrivare alla natura tramite il canale della street art, poi si potrebbero creare reazioni a catena, proprio come è successo a Audubon: il suo obiettivo era finire il libro, la sua missione era egoistica, non pensata con un fine sociale. La sua ossessione personale ha, però, portato un grande cambiamento negli altri.

Alessia Colaianni

Giornalista pubblicista, si è laureata in Scienza e Tecnologia per la Diagnostica e Conservazione dei Beni Culturali e ha un dottorato in Geomorfologia e Dinamica Ambientale. Divulga in tutte le forme possibili e, quando può, insegna.

copertina   luglio-agosto 2018

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