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Turchesi, tra rotte commerciali e firme isotopiche

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I turchesi sono pietre preziose, tra i simboli dell'arte delle antiche civiltà mesoamericane. Rocce e minerali sono spesso analizzati in contesti archeologici non solo per motivi legati alla conservazione e al restauro di manufatti ma anche per la ricostruzione della struttura delle società a cui appartenevano e delle rotte commerciali a essi legati. Come si può far questo a partire da un semplice oggetto? Ci viene in aiuto la geochimica, capace di ritrovare degli indizi piccoli e nascosti, quasi come le briciole della famosa fiaba di Hänsel e Gretel, in grado di condurci verso i luoghi di provenienza in cui il materiale è stato estratto.

 

Nelle pagine di Science Advances è stato da poco pubblicato un articolo in cui è descritta una ricerca che rivoluziona tutto ciò che fino adesso era stato ipotizzato sulle miniere di turchese, minerale molto utilizzato dalle antiche popolazioni della Mesoamerica. Quest'ultima è una regione che si estende dal Messico centrale al Centro America, in cui si svilupparono alcune tra le maggiori civiltà precolombiane. Per più di un secolo gli scienziati hanno sostenuto che Aztechi e Mixtechi importassero il prezioso minerale dall'America sud-occidentale ma i nuovi studi sembrano ridisegnare antiche attività e rapporti.

 

Il turchese è un minerale verde-azzurro - chimicamente è un fosfato basico e idrato di alluminio e di rame [CuAl6(PO4)4(OH)8·4H2O] - molto usato dalle società preispaniche della Mesoamerica e del sud-ovest americano. Nonostante gli oggetti realizzati con questa pietra siano stati ritrovati in siti archeologici presenti nelle suddette regioni, i maggiori depositi di questo minerale sono localizzati soprattutto in Arizona, New Mexico, California, Colorado, Nevada e nel Messico settentrionale. L'esistenza preponderante di miniere di turchese nel sud-ovest e non in Mesoamerica ha contribuito ad alimentare l'ipotesi dell'importazione: i rapporti tra mesoamericani e gruppi sud-occidentali, del resto, sono ben documentati - soprattutto dopo il 900 d.C - ed esistono prove certe degli scambi di merci: beni esotici quali cacao o pappagalli (Ara macao), in cambio dei bellissimi esemplari di minerali del colore del mare.

 

Turchese Scudo Mixteco

 

Dettaglio di uno scudo in stile mizteco della collezione dello Smithsonian Institution-National Museum of the American Indian. NMAI Catalog #10/8708. Credits: Frances F. Berdan

 

In questa teoria, in realtà, ci sono alcuni difetti di fondo. Tra gli anni Settanta e Novanta del Novecento è stato svolto un lungo programma di ricerca durante il quale sono stati raccolti dati chimici riguardanti oggetti in turchese provenienti sia dalla Mesoamerica sia dall'America sud-occidentale ma, nonostante i risultati confermassero l'origine più settentrionale, non furono mai pubblicati. Inoltre la presenza o assenza fisica di miniere di turchese osservabili ai giorni nostri è un indizio che va opportunamente contestualizzato: le miniere di turchese sono spesso piccole e poco profonde e possono andare velocemente incontro al completo sfruttamento della risorsa, all'alterazione o alla distruzione dovuta ad altre pratiche di scavo. Questo potrebbe essere il motivo per cui non si trovano evidenze archeologiche significative di fonti di turchese in Mesoamerica, al contrario di ciò che accade nel sud-ovest degli Stati Uniti, dove ci sono miniere preispaniche estesamente documentate, associate a dati scientifici.

 

Ma di quale tipologia di dati parliamo? Archeologi e scienziati si sono affidati alle analisi geochimiche: la geochimica, proprio come da definizione dell'Enciclopedia Treccani, è la scienza che studia la composizione chimica della Terra e le leggi che regolano la distribuzione spaziale e temporale degli elementi nelle sue diverse parti. In particolare sono state effettuate misurazioni dei rapporti tra isotopi del piombo e dello stronzio presenti in reperti quali frammenti e tessere di mosaici del Templo Mayor (XIV secolo) dell'impero azteco, a Città del Messico, e di oggetti in stile mixteco conservati presso lo Smithsonian's National Museum of the American Indian.

 

Turchese Offerta Templo Mayor

 

Disco in mosaico ricostruito dell'Offerta 99 nel Templo Mayor. Credits: Oliver Santana, riprodotto con il permesso di Editorial Raíces

 

Questi valori con cosa sono stati confrontati? Non avevamo detto che non esistono miniere di turchese mesoamericane? Nonostante non siamo a conoscenza di prove dirette di mineralizzazione di turchese in Mesoamerica, il piombo e lo stronzio possono offrire un approccio indiretto per valutare il legame tra artefatti e possibili località di provenienza. I turchesi si formano in zone di ossidazione di depositi di rame e i loro elementi costituenti derivano dall'alterazione delle formazioni geologiche circostanti. Poiché gli elementi di base per la crescita mineralogica dei turchesi con simili "firme isotopiche" tendono a riunirsi in stesse zone geografiche in base alla geologia sottostante, è possibile desumere la regione da cui proviene un oggetto anche in assenza di una vera e propria miniera. Quindi piombo e stronzio possono potenzialmente darci indizi sulla provenienza degli oggetti in turchese anche si dovesse trattare di depositi che sono stati distrutti, non sono conosciuti o non sono stati campionati.

 

Le analisi dei minerali, effettuate con il microscopio elettronico a scansione e la diffrazione a raggi X, hanno rivelato che effettivamente "l'impronta digitale isotopica" dei reperti esaminati era coerente con la geologia del Mesoamerica e non con quella dell'America sud-occidentale. La geochimica Alyson Thibodeau, coautrice dell'articolo pubblicato su Science Advances, ha affermato - soddisfatta per aver confutato una teoria dalle fondamenta molto deboli - che queste scoperte potenzialmente ridisegnano la nostra comprensione della natura e dei contatti a lunga distanza tra mesoamericani e società sud-occidentali.

 

Credits immagine di copertina: Cobalt123 su Flickr con licenza CC BY-SA 2.0

Alessia Colaianni

Giornalista pubblicista, si è laureata in Scienza e Tecnologia per la Diagnostica e Conservazione dei Beni Culturali e ha un dottorato in Geomorfologia e Dinamica Ambientale. Divulga in tutte le forme possibili e, quando può, insegna.

copertina   settembre-ottobre 2018

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