Sapere Scienza

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Un sasso nello stagno. Cos’è il georadar e come funziona?

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Infografica di Maria Cristina Caggiani, autrice del blog Archeobaleni

 

Chissà se i soldati inglesi della Seconda Guerra Mondiale avrebbero potuto immaginare che quel nuovo strumento strategico per individuare il passaggio di aerei nei loro cieli sarebbe stato un ottimo alleato degli archeologi dei nostri tempi. Stiamo parlando dei radar e delle loro applicazioni.

 


Radar, georadar o GPR? Tanti acronimi che portano a un unico concetto. Procediamo per gradi. Radar sono le iniziali di RAdio Detection And Ranging – in italiano radiorilevamento e misurazione di distanza – quindi si tratta di un apparecchio in grado di fornirci misure di distanze attraverso la registrazione di onde radio. Andando più in là nel tempo e nello sviluppo tecnologico ritroviamo, invece, il georadar o GPR, ossia Ground Penetrating Radar, un sistema che ci permette lo stesso tipo di analisi per vedere cosa il sottosuolo ci nasconda.

 


Dapprima materia di geofisici intenzionati a indagare struttura e composizione di suoli e sedimenti, gli archeologi hanno preso in prestito questa tecnica per sapere, con qualche dettaglio in più, dove scavare e cosa cercare, disponendo così di indizi riguardanti posizione e materiale di edifici e di reperti pronti per essere portati alla luce. In pratica il GPR permette di disegnare vere e proprie mappe di oggetti, resti del passato o “semplici” cambiamenti del suolo presenti al di sotto della superficie calpestabile o al di là di pareti.

 


Avete presente quando si lancia un sasso in un piccolo lago? Vedrete formarsi tante onde che saranno riflesse in maniera diversa a seconda che incontrino sul loro cammino una roccia o una pianta acquatica, un rametto oppure le nostre stesse gambe. È proprio questo che succede con il georadar: delle onde elettromagnetiche – classificabili come onde radio in base alla loro frequenza – si propagano sottoterra, vengono riflesse e registrate da un apposito sensore. È così che ci consentono di scrutare l’invisibile.

 


Cambiamenti del tipo di roccia, presenza di vuoti o di materiali di diversa densità: è questo che scopriamo con la raccolta dei dati in un determinato luogo, effettuata seguendo una vera e propria griglia per l’invio e la ricezione del segnale. Il risultato è un’immagine 2D o 3D di ciò che è sepolto. No, non siamo davanti alla tecnica diagnostica perfetta. Anche in questo caso ci sono dei limiti come la profondità sondabile e la risoluzione delle immagini, ostacoli non sempre facili da superare con un cambio di frequenza d’onda del radar.

 


Anche il sito che ci accingiamo a studiare potrebbe non essere idoneo. È quello che è stato affermato a proposito degli ambienti che si nascondono oltre le mura della tomba di Tutankhamon, in cui il georadar è stato usato per le analisi preliminari e confermare le ipotesi dell’archeologo Nicholas Reeves. Sembra che la geologia della Valle dei Re, con le sue cavità, renda difficile distinguere uno spazio vuoto artificiale da uno naturale. Anche lo strumento, l’elaborazione tramite software e l’interpretazione dei dati possono influenzare gli esiti e il caso della sepoltura del giovane faraone ce ne fornisce ancora una volta un esempio.

 


Insomma, non è proprio così semplice come tirare un sasso in uno stagno.

Alessia Colaianni

Giornalista pubblicista, si è laureata in Scienza e Tecnologia per la Diagnostica e Conservazione dei Beni Culturali e ha un dottorato in Geomorfologia e Dinamica Ambientale. Divulga in tutte le forme possibili e, quando può, insegna.

copertina   maggio-giugno 2019

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