Sapere Scienza

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Vivere a colori nell'antichità

19 Settembre 2016 di 

 

Il Partenone (Atene) Fonte: commons.wikimedia.org

 


Il bianco del marmo che si staglia nell’azzurro di un cielo terso. È questa l’immagine impressa nella nostra mente quando si parla di templi greci. Lo stesso stereotipo scatta per la statuaria antica: le belle veneri dalle curve eteree e gli eterni busti dei protagonisti della Roma Imperiale. Per secoli, però, la storia dell’arte non ha tenuto conto dell’azione del Tempo, del degrado ambientale e dei restauri. Il pallore della roccia non era quello che sperimentavano ogni giorno greci e romani. Alcuni di voi saranno sorpresi nel sapere che il passato fosse più vicino al “technicolor” di quanto non immaginassimo.

 

Fregio Tempio Afaia Egina


Parte del fregio del frontone ovest del Tempio di Afaia (Isola di Egina) conservato nella Gliptoteca di Monaco di Baviera. Nell’immagine a sinistra l’originale, a destra la ricostruzione dell’opera come doveva essere in origine. Il lavoro di replica e recupero dell’originario colore è stato svolto dall’archeologo tedesco Vinzenz Brinkmann, curatore della mostra “Gods in Color: Painted Sculpture of Classical Antiquity” del 2003

 


Siete turbati da ciò che state osservando in fotografia? Per molto tempo siamo stati abituati a credere che il mondo antico fosse pervaso dal candore dei marmi. Poi alcuni ritrovamenti e campagne di restauro hanno cominciato a mostrare indizi di colore. Pigmenti sulla testa di Amazzone ritrovata a Ercolano nel 2006, pigmenti sulla Colonna Traiana restaurata negli anni ’80, pigmenti in tanti altri reperti. Le evidenze hanno iniziato a essere schiaccianti e un archeologo tedesco, Vinzenz Brinkmann, ha deciso di mostrare al pubblico la straniante giostra di colori che templi e statue nascondevano. È nata così la mostra “Gods in Color: Painted Sculpture of Classical Antiquity” nella quale ricostruzioni in 3D di alcune famose opere lapidee erano mostrate nell’originaria, tutt’altro che diafana, sembianza.

 


 


Video di presentazione dell’esposizione di alcune delle repliche nell’esibizione “The Color of Life” tenutasi alla Villa Getty di Malibu nel 2007

 


Fantasie o teorie supportate da analisi scientifiche? Come si può osservare dal video, esistono prove che lasciano pochi dubbi a questa nuova ricostruzione dei fatti: Brinkmann, nello specifico, ha adoperato la luce radente e la fluorescenza UV. Da sempre questa tecnica è servita per ottenere informazioni riguardanti i pigmenti o gli interventi di restauro di un’opera d’arte: l’oggetto da esaminare è illuminato da una sorgente di radiazione ultravioletta (UV), la luce emessa è rilevata, registrata e trasformata in un’immagine i cui differenti colori corrispondono alle diverse intensità della risposta all’irraggiamento. Materiali diversi, anche se sono trasparenti o hanno lo stesso aspetto a occhio nudo, hanno caratteristiche chimiche diverse e quindi emettono, per fluorescenza, una luce diversa quando illuminati con gli UV.

 


Altri metodi utilizzati sono il prelevamento di piccoli campioni e la loro analisi al microscopio elettronico a scansione e la fluorescenza a raggi X, di cui avevamo già parlato in alcuni dei precedenti post. Grazie a questi strumenti ecco comparire il verde malachite, il rosso del cinabro o dell’ematite, il blu Egizio o il lapislazzuli e il giallo delle terre.

 


Non è poi così strano che statue e architetture fossero rifinite in questo modo. Lo storico dell’arte Mark Bradley, nel suo “The importance of colour on ancient marble sculpture”, ci fa ben presenti i motivi per cui greci e i romani dipingessero il marmo. Pensate a un fregio posto sul frontone di un tempio, proprio come quello dell’immagine sopra. Come rendere visibili e sottolineare l’importanza di alcune figure che un osservatore ha modo di guardare da molto lontano? O ancora, se pensiamo all’arte come imitazione della realtà, perché non dare vita a questi diafani simulacri con brillanti pennellate?

 

Caligola a colori


Testa di Caligola. A sinistra l’originale, a destra la ricostruzione dipinta. Fonte: Bradley M., The Importance of colour on ancient marble sculpture, Art History, Volume 3, Issue 3, 427-457, Association of Art Historians 2009

 


Scopriamo quindi, anche grazie a un attento studio delle fonti storiche, che noi, figli del XXI secolo, non siamo i primi a “vivere a colori”. Del resto la capacità dei nostri occhi di percepire tinte e sfumature ci conferma che non ci siamo evoluti per un mondo in bianco e nero.

 

Alessia Colaianni

Giornalista pubblicista, si è laureata in Scienza e Tecnologia per la Diagnostica e Conservazione dei Beni Culturali e ha un dottorato in Geomorfologia e Dinamica Ambientale. Divulga in tutte le forme possibili e, quando può, insegna.

9788822094445   luglio-agosto 2020

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