Sapere Scienza

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Il titolo del post di oggi riprende il nome di un documentario dedicato a questo essere leggendario. Altrimenti conosciuto come “l’abominevole uomo delle nevi”, lo yeti domina da decenni (anche se le prime notizie sembrano risalire addirittura a 400 anni fa) le fantasie degli escursionisti e dei semplici curiosi a caccia di misteri. I presunti resti di questo mostro – ossa, denti, peli, frammenti di pelle e anche escrementi – conservati da collezionisti o in musei sono serviti a svelare l’arcano.

 

 

Lo yeti è un personaggio appartenente al folklore del Nepal: un ibrido tra una scimmia e un uomo, molto alto, ricoperto di pelo, che girovaga nell’entroterra himalayano. Per gli appassionati di Star Wars, questa creatura potrebbe assomigliare a Chewbecca. Avvistato da scalatori ed escursionisti, la leggenda è sopravvissuta fino alla pubblicazione di un articolo chiarificatore sulla rivista internazionale Proceedings of the Royal Society B – Biological Sciences.

 

 

Anche questa volta il DNA mitocondriale ricavato da nove reperti di yeti, tra cui un dente conservato proprio in Italia, nel Museo della Montagna di Reinhold Messner, è stato la chiave per scoprire la vera identità dell’uomo delle nevi e per ottenere nuove e importanti informazioni sull’evoluzione di alcune specie animali. Cosa ci ha raccontato il “libricino delle istruzioni” custodito nei mitocondri dei resti disponibili? Gli yeti, presumibilmente avvistati e di cui sono state raccolte piccole parti nel corso degli anni, non sono altro che orsi di due specie differenti.

 

 

Ursus thibetanus laniger

 

Ursus thibetanus laniger - Fonte: Guérin Nicolas (messages) (Own work) [GFDL (http://www.gnu.org/copyleft/fdl.html) or CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)], via Wikimedia Commons

 

 

Nonostante proprio Reinhold Messner sospettasse che la soluzione dell'enigma fosse questa, i dati pubblicati non sono affatto banali e, anzi, rappresentano un passo in avanti nello studio della storia evolutiva degli orsi della regione tibetana. Dalle analisi è stato ottenuto, per la prima volta, il genoma mitocondriale completo dell’orso bruno himalayano (Ursus arctos isabellinus) e dell’orso tibetano (Ursus thibetanus laniger).

 

 

Ursus arctos isabellinus

 

Ursus arctos isabellinus – Fonte: Zoo Hluboka (Own work) [CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)], via Wikimedia Commons

 

 

A cosa è servito? È stato costruito un nuovo albero genealogico che dimostrerebbe che gli orsi bruni dell’Himalaya discendono da un ramo più antico rispetto ai “cugini” tibetani, imparentati con gli orsi bruni europei e nord americani. Questa ramificazione potrebbe essersi creata durante una fase della glaciazione del Medio - Tardo Pleistocene: gli orsi bruni tibetani, ancora presenti nella regione, sarebbero i discendenti di quelle antiche popolazioni che sopravvissero alle glaciazioni pleistoceniche in rifugi locali.

 

 

Questa ricerca, a prescindere dalla funzione di debunking svolta, rappresenta un progresso nella conoscenza di una specie animale vulnerabile, quella dell’orso dell’Himalaya, e aiuterà a promuoverne con più forza la conservazione. Ecco come, anche una bufala e oggetti collezionati quasi fossero parte di un cabinet de curiosités, possono imprevedibilmente rivelarsi utili per la scienza!

Alessia Colaianni

Giornalista pubblicista, si è laureata in Scienza e Tecnologia per la Diagnostica e Conservazione dei Beni Culturali e ha un dottorato in Geomorfologia e Dinamica Ambientale. Divulga in tutte le forme possibili e, quando può, insegna.

copertina   settembre-ottobre 2019

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