Sapere Scienza

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I nostri computer, i telefonini, i tablet. Gli strumenti tecnologici che utilizziamo tutti i giorni, per lavoro o per divertimento, si basano su due simboli: 1 e 0. È il codice binario. Un cerchio vuoto che a volte diamo per scontato ma che, in realtà, ha aperto le porte alla matematica e alla scienza moderna.

 

 

Dal 4 ottobre 2017 al 21 marzo 2018, presso il Science Museum di Londra, sarà visitabile la mostra “Illuminating India – 5000 Years of Science and Innovation” e, tra gli oggetti esposti, ci sarà il Manoscritto di Bakhshali. Si tratta di un antico testo indiano composto di 70 fogli di corteccia di betulla, scritto in lingua sanscrita. Quest’opera fu ritrovata per caso: nel 1881, a Bakhsahli, un villaggio vicino a Peshawar, nell’odierno Pakistan, un contadino disseppellì lo scritto.

 

 

Successivamente fu acquisito da Augustus Frederic Rudolf Hoernle, uno studioso di Oriente anglo-tedesco, che lo presentò a sua volta, nel 1902, alla Bodleian Library, a Oxford, dove è rimasto fino a oggi. È un libro di matematica che, probabilmente, era usato dai mercanti della Via della Seta che avevano a che fare con numeri e operazioni per far quadrare i conti tutti i giorni.

 

 

Qual è il nesso tra lo zero e questo manoscritto indiano? Prima di tutto dobbiamo porre una distinzione tra l’uso di simboli che indicano la mancanza, l’assenza di qualcosa, rispetto all’introduzione di una vera e propria cifra, adoperabile in operazioni matematiche. Fino a poco tempo fa lo spartiacque era considerato il Brahmasphuta Siddhānta, scritto dal matematico indiano Brahmagupta nel 628 d.C., in cui sono compresi nelle operazioni i numeri negativi e lo zero.

 

 

In Europa, lo zero e il sistema di numerazione posizionale – quello che conosciamo tutti – arrivarono molto più tardi: il famoso Fibonacci, figlio di un mercante pisano, pubblicò nel 1202 il suo Liber abbaci, aprendo così il mondo occidentale a quell’algebra che i musulmani, con cui era venuto in contatto grazie ai commerci del padre, adoperavano già da secoli.

 

 

 

 

E il Manoscritto di Bakhsahli? In questi fogli di corteccia, un tempo fatti risalire a un periodo compreso tra l’VIII e il XII secolo, c’è uno dei primi esempi di un simbolo usato come zero. È un puntino che poi, come sappiamo, si evolverà nella forma di una circonferenza. Recentemente, in occasione della mostra, sono stati raccolti alcuni campioni da sottoporre alla datazione con il Carbonio-14. I risultati hanno stupito ma hanno anche seminato nuovi quesiti sul manufatto. I tre frammenti hanno età diverse: il più recente è datato tra l’885 e il 993 d.C., il secondo è compreso tra il 680 e il 779 d.C., e il più antico risalirebbe a un intervallo di tempo che va tra il 224 e il 383 d.C. Questo dato renderebbe il Manoscritto la prima testimonianza dell’esistenza dello zero.

 

 

 

 

Questa recente scoperta scompiglia le carte in tavola della storia della matematica ma è stata anche un’occasione per parlare di un simbolo semplice ma decisivo nello sviluppo della tecnologia digitale e di teorie come quella quantistica. Un semplice tratto d’inchiostro che per matematici e fisici è stato ed è tutt’ora una chiave verso l’infinito.

Alessia Colaianni

Giornalista pubblicista, si è laureata in Scienza e Tecnologia per la Diagnostica e Conservazione dei Beni Culturali e ha un dottorato in Geomorfologia e Dinamica Ambientale. Divulga in tutte le forme possibili e, quando può, insegna.

copertina   luglio-agosto 2019

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