Sapere Scienza

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ZooArchNet, condividere dati archeozoologici per capire l’impatto dell’uomo sull’ambiente

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L'impronta delle attività umane sull'ambiente ha iniziato a prendere forma molto prima di quanto immaginiamo. Molto più lontano di quegli anni Cinquanta in cui si cerca di posizionare il principio dell'Antropocene. Le testimonianze delle modificazioni da noi apportate sui normali equilibri di animali, piante e paesaggi vengono da un passato remoto e sono state rinvenute in decenni di ricerca archeologica. Sono i resti animali, quelli studiati dall'archeozoologia. Proprio per l'importanza che rivestono queste informazioni, sono ora parte di un nuovo database progettato dagli studiosi del Florida Museum of Natural History. Si chiama ZooArchNet.

 

L'archeozoologia è la disciplina che esamina i resti di animali provenienti da depositi archeologici. In principio era un ramo della conoscenza fortemente legato alla paleontologia - lo studio, attraverso i fossili, di animali e piante vissuti durante la storia del nostro pianeta - ma se ne è discostato aprendosi all'analisi del rapporto tra uomo e animali e delle sue conseguenze. Infatti i resti faunistici possono essere interpretati tramite differenti chiavi di lettura: posseggono la doppia natura di campione biologico e manufatto culturale. Sono ossa, conchiglie, esoscheletri, denti, capelli, pellicce, scaglie e corna ma anche oggetti creati a partire da questi come spille, perline e altri ornamenti o suppellettili. Essi nascondono dati ricavabili da analisi geochimiche, come la misura degli isotopi, o biochimiche, come l'estrazione ed esame del DNA antico. Questi reperti sussurrano alle orecchie di chi conosce il loro linguaggio: parlano di antiche biodiversità, della presenza, disponibilità e selezione di alcuni animali durante un periodo di occupazione di un determinato territorio ma sono anche oggetti manipolati, culturalmente mediati dall'azione umana. Percezioni, sfruttamento, consumo, trasporto e utilizzo di beni naturali influenzati dalle condizioni ambientali e climatiche.

 

Ora questa storia è a disposizione di tutti grazie alla piattaforma digitale ZooArchNet, che collega i dati legati ai reperti faunistici tra database biologici e archeologici. Rendere questa mole di informazioni disponibile online aiuterà gli scienziati a fornire una prospettiva a lungo termine nella definizione delle attuali crisi di biodiversità, quali sono ad esempio le estinzioni e la perdita di habitat. Il progetto potrebbe, inoltre, portare a politiche di conservazione molto più consapevoli. Cosa significa questo? Ci forniscono alcuni esempi i ricercatori che hanno collaborato alla realizzazione di questa piattaforma.

 

L'hutia (Geocapromys ingrahami), un roditore (famiglia dei Capromyidae) dei Caraibi, simile al capibara. Secondo gli archeologi gli indigeni portarono alcuni di questi animali in nuove isole, ampliando il loro territorio in aree in cui non avevano fino ad allora vissuto. Questa testimonianza può portare a una migliore conservazione di queste specie, molte delle quali sono attualmente a rischio di estinzione in alcune isole. Ancora, i campioni archeozoologici possono dirci quando, come e perché gruppi di esseri umani abbiano deciso di addomesticare determinati animali nel passato. Con stupore scopriremmo che il predecessore messicano (Meleagris gallopavo) del tacchino, re delle tavole imbandite per il Giorno del Ringraziamento negli Stati Uniti, era stato inizialmente selezionato per le sue penne, simbolo di potere e prestigio.
L'archeologia fornisce anche indicazioni su come i nostri antenati hanno affrontato modificazioni critiche dell'ambiente quali l'innalzamento del livello del mare o i cambiamenti climatici. Ad esempio la dieta della popolazione che abitava la costa del golfo della Florida, da essere a base di alimenti provenienti da acque dolci, è divenuta marina a causa del raffreddamento climatico avvenuto 1.400 anni fa.

 

Michelle LeFebvre, ricercatrice del Florida Museum of Natural History e autrice principale di un articolo pubblicato su PLoS ONE che descrive ZooArchNet, ha commentato: "Gli esseri umani hanno già avuto a che fare con i cambiamenti climatici nel passato, anche se non nella stessa scala di devastazione che stiamo ora affrontando. Ricostruire la loro risposta ci dà una prospettiva critica. Dove sono andate le persone? Quali sono stati i cambiamenti in animali e piante accaduti nel passato che possiamo prevenire? Abbiamo un lungo record umano a cui guardare e su cui creare dei modelli".

 

Kitty Emery, co-principal investigator del progetto ZooArchNet e curatore di archeologia ambientale del museo americano, ha concluso: "Gli archeozoologi hanno raccolto dati là fuori ma fino a ora queste informazioni non erano individuabili, ricercabili e utilizzabili in una modalità open-access dalla maggior parte della comunità di ricercatori in biologia. ZooArchNet permette ai dati archeozoologici di essere parte di un enorme movimento interdisciplinare verso la condivisione di dati sulla biodiversità e l'accessibilità, conservando la componente umana di come la vita sulla Terra sia cambiata".

 

Immagine di copertina: resti di roditore (hutia, Geocapromys ingrahami) delle isole dei Caraibi che hanno mostrato il ruolo degli esseri umani nel trasporto di animali in aree dove non erano presenti in precedenza. I campioni storici come questi possono dare indicazioni sulle moderne politiche di conservazione, affinando la comprensione degli scienziati riguardo la distribuzione degli animali del passato. Credits: Kristen Grace/Florida Museum.

Alessia Colaianni

Giornalista pubblicista, si è laureata in Scienza e Tecnologia per la Diagnostica e Conservazione dei Beni Culturali e ha un dottorato in Geomorfologia e Dinamica Ambientale. Divulga in tutte le forme possibili e, quando può, insegna.

copertina   maggio-giugno 2019

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