Sapere Scienza

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RUBRICA - Scienza e beni culturali

Il bianco del marmo che si staglia nell’azzurro di un cielo terso. È questa l’immagine impressa nella nostra mente quando si parla di templi greci. Lo stesso stereotipo scatta per la statuaria antica: le belle veneri dalle curve eteree e gli eterni busti dei protagonisti della Roma Imperiale. Per secoli, però, la storia dell’arte non ha tenuto conto dell’azione del Tempo, del degrado ambientale e dei restauri. Il pallore della roccia non era quello che sperimentavano ogni giorno greci e romani. Alcuni di voi saranno sorpresi nel sapere che il passato fosse più vicino al “technicolor” di quanto non immaginassimo.

Look for the girl with the sun in her eyes / And she's gone/ Lucy in the sky with diamonds. Le note della celebre canzone dei Beatles risuonavano nelle notti etiopi del 1974. Un team di ricercatori trascorreva i momenti di riposo parlando e ascoltando musica, non sapendo che prestissimo si sarebbero trovati davanti a una grande scoperta. Un osso di un braccio, un altro frammento e un altro ancora. Erano i resti di una femmina di australopiteco, vissuta 3,2 milioni di anni fa, un fossile quasi completo di ominide che gli studiosi decisero di soprannominare proprio Lucy, in omaggio al brano dei Fab 4. A 42 anni da questo straordinario ritrovamento, nuova luce è stata fatta sulle cause della sua morte.

Sarà capitato anche a voi di sentir parlare di “filiera”. È una parola che appartiene al linguaggio della produzione industriale e indica la successione delle lavorazioni che permettono, a partire dalle materie prime, di ottenere un bene finito. Esempi, presi in prestito dal mondo enogastronomico, possono essere la filiera del vino che ci spiega come si arriva alla bottiglia di vino che offriamo ai nostri ospiti cominciando da invitanti grappoli d’uva o, ancora, quella della pasta, che dal grano duro porta fino ai dorati maccheroni pronti per essere cotti, conditi e gustati. La filiera di cui vogliamo parlarvi oggi è diversa ma altrettanto importante per la nostra società: è la filiera della conoscenza, tutto il lavoro svolto dietro le quinte dai ricercatori per giungere alle scoperte scientifiche e tecnologiche che incidono positivamente sulla qualità della nostra vita.

Siamo appena tornati dalle vacanze e, al mare, in montagna o in giro per le città d’arte, abbiamo tutti beneficiato del caldo sole d’agosto. Non si tratta solamente di mera abbronzatura: la luce solare è necessaria per la sintesi della vitamina D, protagonista nelle reazioni di calcificazione delle ossa, l’impalcatura che sorregge il nostro corpo. La carenza di questa sostanza porta al rachitismo, malattia che, nell’immaginario collettivo, è legata a contesti sociali e ambientali del passato ma ancora oggi presente in percentuali non trascurabili, soprattutto nelle popolazioni di alcune aree geografiche. Come spesso abbiamo raccontato in questo blog, studiare il passato può portare a trovare soluzioni per il futuro. Parte della comprensione della patologia descritta passa questa volta attraverso lo studio di resti archeologici del XVIII – XIX secolo e la lettura di un particolare archivio che registra i cambiamenti che avvengono nella nostra salute e nel nostro stile di vita, ora come allora: i denti.

Uno smartphone, l’app e il gioco è fatto. In tutti i sensi. Nelle ultime settimane non si fa altro che parlare di “Pokemon Go”, un videogioco basato sui simpatici mostriciattoli che impazzarono nel lontano 1996 e che oggi ritornano, ancora più accattivanti. Tra gli ingredienti del successo una caccia che ha per ambientazione le nostre città e l’utilizzo della realtà aumentata. E se le logiche ludiche che ci attraggono così tanto fossero applicate in un contesto culturale? Questo è proprio lo scopo di Trip eMotion.

È estate e in molti paesi della nostra penisola fervono i preparativi per eventi legati alla rievocazione storica di epoca medioevale. Tornei, palii, accampamenti in cui vedrete contadini vestiti con abiti poveri e consunti curare la terra e gli animali da cortile, belle e ricche dame corteggiate da giovani forti e coraggiosi e, soprattutto, cavalieri pronti a sfoderare le proprie spade per esibirsi in duelli dal ritmo incalzante. Chi si preoccupa di ricostruire usi e costumi dell’epoca porge particolare attenzione affinché tutto sia filologico, rispetti cioè la verità storica nei minimi dettagli. Anche le armi dovrebbero essere costruite con la stessa tecnica e gli stessi materiali. Cosa c’è di meglio di un po’ di scienza per assicurarsi di non proporre al pubblico entusiasta un falso storico?

Il bel volto che potete osservare nell’immagine è appartenuto a Tjetmutjengebtiu, una sacerdotessa del Tempio di Karnak, in Egitto, vissuta durante la XXII dinastia (945-715 a.C.). Le sue spoglie furono mummificate e ora il suo corpo giace in un sarcofago conservato in una delle teche del British Museum di Londra. Voi lettori siete già abituati alle ricostruzioni di volti a partire da crani ritrovati in scavi archeologici. In questo caso, però, è stato diverso perché lo studio delle ossa di Jeni – chiamata così dagli scienziati che si sono occupati di lei – è stato possibile senza la necessità di disturbare il sonno eterno di questa donna venuta da lontano, senza srotolare quelle bende che l’hanno protetta per millenni.

L’amore, la morte e il tempo. È questo il fulcro della storia della tomba di Kha, dalla sua costruzione a oggi, passando per il ritrovamento, la collocazione all’interno di uno dei più celebri musei italiani, e le analisi non invasive condotte sugli oggetti in essa conservati. Storia, arte e scienza si incontrano in reperti di un passato lontanissimo, storicamente e geograficamente.

Era il 2012 quando una pesante trave di legno crollò all’interno della Villa dei Misteri, a Pompei. L’incidente avvenne nella notte e non vi furono feriti ma questo fu l’ennesimo di una serie di cedimenti che avevano interessato l’area archeologica. Forse la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Era necessario visitare il malato, capire la patologia e tenerlo sotto osservazione per poterne garantire lo stato di salute. L’ENEA – Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile –  si è occupata proprio di questo, effettuando nei mesi scorsi la seconda campagna di monitoraggio sulle strutture che da circa 50 anni proteggono la domus romana.

“Maccarone...m’hai provocato e io te distruggo! Io me te magno!”. Questo esclamava Alberto Sordi davanti ad una invitante coppa di spaghetti dopo aver cercato di cenare “all’americana” in “Un americano a Roma”, pellicola del 1954. L’amore per la pasta, il rapporto quasi sentimentale che lega gli italiani ai piatti della tradizione, è retaggio antico. È questo che ci racconta un nuovo libro, scritto dall’archeologo David Breeze, “Bearsden: A Roman Fort on the Antonine Wall” (Bearsden: una fortificazione romana sul Vallo di Antonino).

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copertina   luglio-agosto 2019

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