Sapere Scienza

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RUBRICA - Scienza e beni culturali

Oggi usciamo dai laboratori e passiamo un po’ di tempo in altri luoghi che uniscono la scienza e i beni culturali: i musei di storia naturale. Qui in Italia spesso i riflettori sono puntati sulle grandi collezioni artistiche, gli edifici storici, i beni paesaggistici. Un’attenzione più che giustificata in quanto siamo detentori di un patrimonio immenso con grandissimi problemi di tutela e conservazione causati da mancanza di fondi ma anche dalla paura di cambiare. Pochi conoscono, ad esempio, le grandi raccolte entomologiche, malacologiche o anche mineralogiche. Questo doveva essere un post dedicato al restauro e conservazione dei campioni naturalistici. È anche vero, però, che c’è valorizzazione quando c’è conoscenza. Ho parlato di tassidermia e, soprattutto, del futuro dei musei di storia naturale con Alberto Michelon, naturalista e tassidermista.

Il distinto signore indiano che vedete in foto ha vinto il Premio Nobel per la Fisica nel lontano 1930 per le sue ricerche riguardanti la diffusione della luce. Il suo nome è Venkata Raman e si deve a lui la scoperta dell’omonimo fenomeno fisico. Ancora tecniche diagnostiche, ancora storie di pigmenti. Oggi parliamo della spettroscopia Raman, una tecnica non distruttiva, superficiale (analizza strati spessi pochi micron, meno del diametro di un capello), basata sull’interazione radiazione-materia.

Vincent Van Gogh, come molti altri artisti, riutilizzava le tele di lavori oramai abbandonati per dipingervi sopra nuove opere. Ciò che è rimasto nascosto per anni agli occhi di storici dell’arte e studiosi rappresenta una finestra sulla genesi di tanti capolavori. Nell’immagine in evidenza possiamo ammirare “Il sentiero d’erba”, un olio su tela risalente al 1887 conservato nel Kröller-Müller Museum di Otterlo, nei Paesi Bassi. Dietro lo strato pittorico a noi visibile si nasconde un volto di donna simile alla “Testa di Donna” del 1884-85 dello stesso autore. Nel 2008, per curiosare al di là della superficie conosciuta, non sono state adoperate le usuali tecniche di imaging: gli scienziati si sono affidati alla fluorescenza a raggi X (XRF), applicata in una maniera un po’ particolare.

Dopo una Settimana della Scienza straripante di eventi per grandi e piccini, per chiudere in bellezza, dopo domani, 25 settembre, i ricercatori ci aspettano per raccontarci della loro vita, del loro lavoro, del fascino della conoscenza e della scoperta. Tutto questo e molto di più è la Notte Europea dei Ricercatori, organizzata da Frascati Scienza e finanziata dalla Commissione Europea, giunta alla sua decima edizione. Anche quest’anno il tema è la sostenibilità e, consultando la miriade di attività previste, non mancano gli spunti riguardanti la diagnostica e la conservazione dei beni culturali.

Ci eravamo lasciati con la diffrattometria a raggi X, manciate di cristallografia e un pizzico di fisica. Ora finalmente approdiamo nella confortante – non sempre - spiaggia dell’applicazione. Visiteremo e analizzeremo con una strumentazione XRD portatile la Grotta di Rouffignac per capire quali pigmenti siano stati utilizzati per le sue pitture rupestri e il perché è importante saperlo.

Come vi accennavo nel post precedente possiamo identificare con precisione i "colori" di un’opera d’arte adoperando alcune tecniche diagnostiche. In questa puntata parlerò della diffrazione di raggi X (XRD): non solo utile per i pigmenti ma anche applicabile per la caratterizzazione di pietre preziose, materiali utilizzati a fini conservativi e prodotti di corrosione o di inclusione di metalli, rocce, ceramiche, vetri e smalti. Le tecniche basate sulla diffrazione di raggi X, adoperabili su cristalli singoli o su piccoli quantitativi di polveri, sono fondamentali per il progresso delle conoscenze in campo archeometrico e per la conservazione e restauro dei beni culturali.

Uno degli aspetti più affascinanti dello studio dei materiali utilizzati nell’arte, passata e presente, è sicuramente l’analisi dei pigmenti. I colori sono una parte integrante di tutti gli aspetti della vita di un essere umano e la loro percezione, legata a fisiologia e psicologia, scatena inevitabilmente il nostro interesse. La storia dei pigmenti adoperati dalle origini ai giorni nostri è un viaggio suggestivo attraverso luoghi lontani, tradizioni, progresso delle società, dell’economia e soprattutto della tecnologia. Ma a cosa serve conoscere i colori di un’opera d’arte?

Un compleanno importante quello dell’evento coordinato da Frascati Scienza e promosso dalla Commissione Europea dedicato al mondo della Scienza e dei ricercatori. Sono passati dieci anni dalla prima Notte Europea dei Ricercatori e tante sono le soddisfazioni e le conquiste che gli scienziati coinvolti in tutte le attività organizzate in questa occasione hanno raccolto. Hanno mostrato ai “non addetti” il fascino, l’utilità ma anche la routine che si nasconde dietro tutte le scoperte scientifiche. I numeri parlano chiaro:l’anno scorso è stata toccata la cifra record di 50.000 presenze.

“Georischi, li (ri)conosco, mi difendo”, così si intitola la manifestazione che avrà luogo in numerose piazze d’Italia domenica prossima, 6 settembre. Sarà una giornata dedicata alla sensibilizzazione e divulgazione della conoscenza dei rischi geologici di un territorio – quello nazionale – che presenta molteplici problemi legati alla pericolosità e alla prevenzione (basti pensare alle tragedie mostrate dai telegiornali causate dal dissesto idrogeologico o da eventi sismici). Ma il rischio, in inglese hazard, può riguardare anche i monumenti, per i quali è redatta una specifica carta tematica, la Carta del Rischio.

Non c’è niente di più insopportabile in estate dell’essere punti dalle zanzare. Passeggiate all’imbrunire e nottate rovinate dal fastidioso prurito. In realtà le punture di alcuni insetti possono dare vita a qualcosa di diverso ma non meno sgradevole dal punto di vista del restauro. Lo sanno bene i conservatori che si occupano di manoscritti vergati con inchiostri prodotti a partire dalle noci di galla.

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Copertina   marzo-aprile 2019

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