Sapere Scienza

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RUBRICA - Scienza e beni culturali

L’estate è ormai arrivata. Alcuni di noi sono già in ferie e hanno colto l’occasione per visitare città d’arte in Italia o all’estero. Tanto tempo fa ci si sarebbe armati di una colorata carta tematica per potersi orientare e scegliere monumenti e luoghi da non perdere. Con l’avvento di smartphone e tablet qualcosa è cambiato: basta installare un’app e, con qualche click, sappiamo la nostra esatta posizione geografica, la distanza che ci separa da quella basilica che proprio non possiamo perdere o da quella statua di cui tanto ci hanno parlato. Non solo. Possiamo sapere in tempo reale notizie storiche, artistiche, curiosità e commenti di altri visitatori riguardanti quel determinato bene. La tecnologia che ci permette di fare questo è un Gis.

 

Era il 1932. In una casa del New Jersey una giovane coppia con il suo bambino di 20 mesi trascorre le ore di una fredda sera di marzo: il bimbo è nella sua culla e il padre sta leggendo nella biblioteca accanto alla camera del figlio. Si sente uno strano rumore. Probabilmente saranno state la madre e la governante in cucina. Purtroppo non sarà così: la governante in tarda serata andrà a controllare il sonno del fanciullo, trovando la culla vuota. È un rapimento, il rapimento più celebre del XX secolo: il caso Lindbergh. Charles Lindbergh, il famoso aviatore che effettuò la prima trasvolata atlantica in solitario e senza scalo, e sua moglie, Anne Morrow, furono i protagonisti di questa tragedia. Gli indizi sui quali lavorare erano pochi: una lettera dei rapitori e i resti della scala in legno che era servita per raggiungere la finestra della camera di Charles August Lindbergh Jr. L’argomento vi sembra off topic per questo blog? Non è così, perché molto spesso le indagini diagnostiche e le metodologie utilizzate per i beni culturali si intersecano con altri mondi. In questo caso con le scienze forensi. Il nostro trait d’union in questo post sarà la dendrocronologia.

Molti di noi avranno sentito parlare di laser per la prima volta guardando il temibile fascio con il quale Goldfinger cercava di annientare James Bond nel terzo film dedicato all’Agente 007 o la spada dei cavalieri Jedi in Guerre stellari.

 

Laser è l’acronimo inglese di Light Amplification by the Stimulated Emission of Radiation, ossia amplificazione di luce tramite emissione stimolata di radiazioni. Fu Albert Einstein, nel 1917, ad intuire che fosse possibile indurre un atomo ad emettere un determinata radiazione se illuminato da una radiazione dello stesso tipo. Il laser presenta delle particolari caratteristiche che lo rendono molto utile in numerosi ambiti di ricerca. È unidirezionale, infatti la luce laser si propaga in una direzione ben definita; è monocromatico, possiede un’unica lunghezza d’onda; è coerente, il fascio laser è costituito da onde della stessa frequenza e della stessa fase che si sommano l’una all’altra.

No, non stiamo parlando del cyberspazio e di un eletto di nome Neo, protagonista del celebre film del 1999 dei fratelli Wachowski. Se chiedete ad un archeologo cos’è un matrix, vi risponderà dicendovi che è una rappresentazione della stratigrafia di un sito archeologico mediante un diagramma in cui sono disegnati gli strati (rettangoli numerati) registrati su campo e i rapporti (linee) che tra essi intercorrono. L’uso del matrix – inventato nel 1973 da Edward Harris, archeologo inglese – è stato ed è ancora oggi lo strumento fondamentale di una nuova visione dello scavo archeologico, non più finalizzato alla ricerca di oggetti di grande valore estetico ed economico, ma atto a scoprire e ricostruire le “storie della terra”.

Curare un bene culturale è come curare un essere umano: in presenza di una patologia è necessario effettuare prima delle analisi approfondite, assicurarsi della compatibilità delle terapie - questo è il mestiere del conservatore (conservation scientist) che si preoccupa di valutare i “referti” prodotti da tutti gli scienziati coinvolti – per poi passare al trattamento, compito delle mani esperte dei restauratori. 

Guardare dall’alto la superficie del nostro Pianeta riserva sempre magnifiche sorprese: le città diventano presepi, con le loro case, i corsi d’acqua, le grandi opere. E poi c’è la campagna che sembra una coperta in patchwork dalle tonalità che vanno dal verde all’ocra gialla. In realtà, in quegli scampoli di “stoffa”, c’è molto da scoprire. La fotografia aerea in archeologia è una delle metodologie più datate ma anche una delle più efficaci in quanto ci dà informazioni visive che sarebbe difficile raccogliere passeggiando nelle aree interessate. Questo tipo di approccio, infatti, non si limita all’identificazione e scoperta di nuovi siti d’interesse archeologico ma riveste un ruolo importante in tutte le fasi della ricerca, dall’interpretazione delle immagini al loro valore documentale, passando per la salvaguardia ed il monitoraggio.

È capitato a tutti, guardando una tela di un artista, di pensare all’immagine che si presentava davanti ai propri occhi come ad un miracolo. Tanta armonia nella composizione, tanta maestria nel segno e nella stesura del colore, da farci credere che un’opera possa essere stata creata di getto. La realtà è molto diversa: dietro un capolavoro ci sono schizzi, studi preliminari, prove. Prima di passare ai pennelli, il pittore traccia un disegno che lo accompagnerà nella realizzazione dell’intero progetto. In alcuni casi questa guida è seguita passo per passo, a volte viene modificata. Si ridisegna la posizione del soggetto, si cambia la proporzione di alcune forme, si correggono con un tratto di grafite oggetti, pieghe, vesti. Spesso non è “buona la prima”. Come facciamo a sapere tutto questo dei grandi maestri del passato? La fisica ci ha permesso di spiare il lavoro svolto nei loro atelier grazie alla riflettografia infrarossa.

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copertina   maggio-giugno 2019

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