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Il caso AstraZeneca: emblema del rapporto tra scienza e politica

9 Aprile 2021 di 

Intorno alle ore 16 del 15 marzo scorso, dopo notizie, illazioni e titoli di quotidiani, viene pubblicato sul sito dell’AIFA, Agenzia Italiana del Farmaco, un comunicato stampa che informa della sospensione della somministrazione del vaccino anti-Covid prodotto da AstraZeneca. Allo stesso tempo Nicola Magrini, esperto di farmacovigilanza che dirige l’organo tecnico, si preoccupa di intervenire su diversi media italiani per sostenere che lo stesso è sicuro e che non c’è niente di cui preoccuparsi. Una posizione ambigua che ci porta a riflettere sulla natura delle decisioni prese da quando l’Italia ha a che fare con la pandemia.

 

Le ambiguità del caso AstraZeneca


Infatti, sebbene la scelta sia stata attribuita all’AIFA, un organo formato fondamentalmente da scienziati e scienziate, è subito evidente che la scelta è stata politica. Magrini lo ha dichiarato la sera stessa del 15 marzo in diretta al programma “Otto e mezzo” e una nota stampa apparsa sul Sole24Ore, ripresa da diversi quotidiani, riporta che la decisione «è stata assunta dopo un colloquio tra il presidente del Consiglio Mario Draghi e il Ministro della salute Roberto Speranza». Contemporaneamente i diversi organi scientifici, compresa l’Organizzazione Mondiale della Sanità, non esprimono alcuna preoccupazione. Posizione confermata dall’EMA (Agenzia europea per i medicinali) che ha poi ridato il via libera alla somministrazione del preparato dell’azienda inglese il 19 marzo. L’ulteriore stop per le somministrazioni per le persone sotto i 60 anni comunicato dall’EMA proprio qualche giorno fa sicuramente non cambia il quadro degli eventi accaduti nelle ultime settimane, né tutto quello che è successo durante la pandemia.

 

Il rapporto tra scienza e politica: tra incontri e scontri


La vicenda, infatti, è un’opportunità per analizzare il rapporto che la politica ha avuto con la scienza dall’inizio della crisi dovuta alla diffusione del Coronavirus, un rapporto complesso sviluppatosi nell’ultimo secolo, che ha avuto una serie di problemi per responsabilità condivise della comunità scientifica e dei decisori politici.
Da quando il celebre rapporto Science the Endless Frontier di Vannevar Bush, ha riconosciuto nel secondo dopoguerra l’importanza strategica della scienza per lo sviluppo di una nazione, nel mondo occidentale la politica e la comunità scientifica si incontrano, collaborano e si scontrano, lasciando però intatti alcuni vizi e resistenze reciproche.
La comunità degli scienziati e delle scienziate, convinta della superiorità morale del proprio operato e caratterizzata dalla presunzione di bastare a sé stessa, ha ritenuto spesso superfluo comunicare con la società e con le diverse forme di rappresentanza istituzionale che questa si è data. Quando sporadicamente la comunità ha cercato di comunicare con chi si trovava fuori dalla “torre d’avorio” si è concentrata sul decantare le magnifiche sorti e progressive dei risultati ottenuti. Atteggiamento spesso assunto per giustificare la legittima richiesta di finanziamento per la propria ricerca, ma mai affiancato da un tentativo di raccontare il processo di produzione di conoscenza di cui si occupano ricercatori e ricercatrici, caratterizzato da ipotesi, esperimenti e buone approssimazioni della realtà.
Così in quest’ultimo anno la comunità scientifica ha avuto grosse difficoltà a far comprendere uno degli elementi fondamentali della Scienza: l’incertezza che la caratterizza quando si studiano fenomeni in divenire, come appunto l’evolversi della situazione pandemica. Quindi gli esperti e le esperte che hanno dovuto comunicare le poche certezze e le tante ipotesi e prove sperimentali legate allo studio del SARS-COV-2, hanno raccolto risultati catastrofici anche perché le diverse visioni di un problema scientifico si sono trasformate in veri e propri conflitti a causa dall’enfatizzazione dei media.

 

La scienza: “scudo” per la politica


In questo quadro complesso i decisori politici hanno scelto di buttare benzina sul fuoco generando ancora più confusione. L’intervista rilasciata dall’ex Ministro per gli affari regionali Boccia al Corriere della Sera il 13 aprile dell’anno scorso può essere presa ad esempio. In quell’occasione l’allora Ministro a una domanda sul ritardo dell’Italia nella somministrazione dei test per individuare i contagi, risponde: «Chiedo alla comunità scientifica, senza polemica, di darci certezze inconfutabili e non tre o quattro opzioni per ogni tema. Chi ha già avuto il virus, lo può riprendere? Non c’è risposta. Lo stesso vale per i test sierologici. Pretendiamo chiarezza, altrimenti non c’è scienza». Con queste parole Boccia addita la scienza, mentre la verità era proprio che mai come nell’ultimo anno la comunità scientifica italiana e globale ha lavorato per fronteggiare una pandemia di portata storica. Una risposta infelice quella dell’ex Ministro che però nasconde che le responsabilità della politica sono più profonde e sono esplose nell’ultimo anno.
Da quando è iniziata la pandemia, infatti, è spesso capitato che i rappresentanti delle istituzioni abbiano usato la scienza per farsi scudo nel momento in cui sono state fatte scelte impopolari, sfruttando risultati scientifici parziali o mal interpretati (nella migliore delle ipotesi) o dichiarazioni di qualche accademico, per lavarsene le mani. Così è successo nel decidere cosa tenere aperto e cosa tenere chiuso nelle diverse fasi del lockdown, sebbene – soprattutto un anno fa – non esistesse una letteratura scientifica che dicesse con chiarezza che le chiese fossero meno pericolose delle scuole elementari, o che i parchi fossero un luogo dove era più facile la diffusione del contagio rispetto a un capannone industriale.
E questo è successo nella determinazione delle categorie prioritarie per la vaccinazione e così, infine, è successo nell’ultima vicenda del caso AstraZeneca. Il risultato ottenuto è stato il peggioramento di quel rapporto già complesso che c’è tra cittadini “non esperti” e comunità scientifica.

 

Un rapporto da ricostruire e migliorare

 


Questo rapporto tra scienza, società e politica è deteriorato da anni di incomprensioni, difficoltà e scelte sbagliate. Invertire la rotta fornendo a tutti e tutte i diritti di cittadinanza scientifica, istituendo in Italia un ufficio di consulenza scientifica in Parlamento e costringendo la comunità scientifica a confrontarsi meglio e più spesso con le diverse articolazioni della società può essere utile a evitare altri disastri e forse a farci trovare pronti per la prossima pandemia e per le sfide epocali che l’umanità ha di fronte.

 

Per maggiori informazioni, visitare il portale ufficiale del Ministero della Salute.

Ruggiero Quarto

Ruggiero Quarto, classe ’93, è laureato in Scienza e Tecnologia dei Materiali. Da sempre interessato alle implicazioni che la scienza ha sulla società e sui processi sociali. Ha lavorato presso la Cittadella Mediterranea della Scienza di Bari come divulgatore scientifico. Si occupa di politica, è consigliere comunale della sua città natale, ed è un attivista dell’ARCI.

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