Sapere Scienza

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Infibulazione: dalla violenza di genere al fenomeno culturale

22 Ottobre 2021 di 

La pandemia di Covid-19 è stata in grado di accelerare, o decelerare, a seconda dei casi, i mutamenti socioculturali. L’attenzione che l’intero pianeta le sta prestando porta inevitabilmente a rallentare la lotta che negli ultimi decenni le Nazioni Unite hanno portato avanti contro la violenza di genere.
Il nuovo rapporto 2020 UNFPA (Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione) “Contro la mia volontà. Affrontare le pratiche dannose per il raggiungimento dell’uguaglianza di genere” ha indicato il 2030 come data per il raggiungimento degli obiettivi umanitari, tra cui l’abolizione dell’infibulazione.

 

Infibulazione: le ragioni del dibattito


La questione delle mutilazioni genitali femminili è al centro di un grande dibattito: da un lato c’è l’atteggiamento fortemente critico e di denuncia da parte dell’Occidente e dall’altro la sensibilità culturale delle popolazioni africane in merito.
Dal punto di vista di queste ultime, tali pratiche non possono essere ricondotte soltanto a delle mere modificazioni dei genitali femminili, ma racchiudono un significato più profondo: l’affermazione sociale della donna, che ottiene il ruolo di moglie e madre nelle modalità coerenti al contesto educativo e culturale in cui vive.
Da questo conflitto di opinioni si cerca da decenni di far emergere una strada che possa rispettare le differenze culturali, smussando quelle pratiche che comportano rischi per la salute psicofisica dell’individuo, e analizzandone le ragioni morali.

 

Infibulazione: posizioni a confronto


Nel 1978 la femminista radicale Mary Daly considerò la mutilazione genitale femminile africana un «sado rituale patriarcale atto a distruggere l’essere autoassertivo delle donne». Il punto di vista di Daly nasconde però secondo alcuni tratti etnocentrici: non vi è una “immersione” nel contesto in cui le donne subiscono l’infibulazione. Infatti, in seguito, molte donne infibulate criticarono la dura posizione di Mary Daly, la quale, pur avendo l’intenzione di supportare questa categoria di soggetti, fu considerata aggressiva e poco rispettosa nei confronti della cultura africana.

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Risultava invece più sensibile, empatico e aperto al confronto l’atteggiamento di Janice Boddy, antropologa culturale che effettuò uno studio etnografico attraverso delle ricerche sul campo, a partire dal 1976, nel villaggio musulmano di Hofriyat, nel Sudan settentrionale rurale. Confrontandosi con le donne del villaggio, Boddy giunse alla definizione dell’infibulazione come un processo necessario alla preparazione della ragazza al matrimonio. Il nocciolo della questione era che la verginità era associata più alla fertilità che alla mancanza di rapporti sessuali; si credeva quindi che la fertilità potesse essere recuperata rieseguendo l’infibulazione dopo il parto. Sappiamo invece che essa risulta correlata ad altri fattori, modificabili e non, legati all’età, all’assetto ormonale, all’uso di farmaci, ma sicuramente non alla verginità.

 

Obiettivo 2030: abolire l’infibulazione nel mondo


Oggi le mutilazioni femminili restano ancora una pratica diffusa e soprattutto nociva per la salute delle donne. L’obiettivo che l’UNFPA si prefigge di raggiungere nel 2030 non è semplice: non ha senso ricorrere all’abolizione di queste pratiche in maniera coercitiva, ma è necessario un intervento antropologico, una sorta di “riadattamento socioculturale”.
Certo, sarebbe molto più rapido promulgare una legge valida in tutto il mondo, che denunci l’infibulazione e condanni coloro che la compiono sulle donne, ma ciò provocherebbe una ribellione, poiché sarebbe come negare alle popolazioni un aspetto per loro essenziale, caratteristico della propria cultura e condotta morale. Quel dolore “necessario” per l’affermazione sociale della donna non è un dolore fisiologico ma diventa una forma di masochismo corporeo; è possibile compiere questo rituale di crescita sociale in un’altra misura che non sia tanto dolorosa e rischiosa per la salute?
L’obiettivo è dunque quello di agire a monte, stabilire le condizioni di dialogo con le donne che subiscono questa pratica, rapportandosi anche con gli uomini della loro comunità. Si tratta del primo, fondamentale passo, per cercare di smussare gli angoli di una tradizione ancestrale che va necessariamente adattata ai contesti contemporanei.

Gaetano Ranieri

Laureato a Bari in Farmacia, lavora come informatore scientifico per un’azienda farmaceutica. È anche attore e storyteller. Si è avvicinato al mondo della divulgazione scientifica collaborando con alcune testate giornalistiche, con lo scopo di coniugare le sue passioni e la sua formazione.

9788822094513   settembre-ottobre 2021

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