Sapere Scienza

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Il mondo di Peter Pan: perché giochiamo?

20 Maggio 2015 di 

La rivista Current Biology ha compiuto 25 anni e ha deciso di celebrare questa ricorrenza dedicando la sessione iniziale del numero di gennaio al gioco e al divertimento. Una decina di brevi articoli che ci raccontano come e perché giocano non solo gli uomini ma anche cani, delfini, scimmie, uccelli, e addirittura pesci, rane e rettili!

 

Le regole del gioco

Ma cosa è poi il gioco, sapremmo definirlo? Ho scoperto leggendo questi articoli che sono stati stabiliti alcuni criteri minimi per definire gioco un comportamento: presenza di appagamento (il gioco naturalmente deve essere divertente!); la non completa funzionalità delle azioni, in cui i giocatori sono in qualche modo protetti dalle normali conseguenze dei loro comportamenti; il crearsi di nuove combinazioni di azioni e pensieri, che possono rappresentare un cambiamento momentaneo delle reali relazioni tra i giocatori (per esempio nel gioco si possono ribaltare i ruoli tra due individui); azioni solitamente ripetitive ed esagerate o temporalmente sfasate rispetto al corrispondente comportamento nella vita reale; l’umore particolarmente positivo che induce comportamenti più spontanei e flessibili. Basandosi su questi criteri si sta scoprendo che comportamenti giocosi sono più diffusi di quanto si pensasse nelle diverse specie animali, facendoci riflettere sul loro significato biologico.

 

Gioco ed evoluzione: perché si gioca?

Perché si gioca? Le motivazioni che ci vengono in mente non sono così ovvie se pensiamo a un comportamento che sembra essersi mantenuto evolutivamente: giochiamo per divertirci, a volte per passare il tempo, ma funzioni ben più essenziali devono essere attribuite al giocare se nel farlo alcune specie mettono talvolta a repentaglio la loro vita e se lo esercitano anche in situazioni di stress. Quali sono i vantaggi del giocare, tali da far divenire questo comportamento una caratteristica fissata nell’evoluzione?

Il gioco può contribuire alla socializzazione e allo sviluppo cognitivo, ma anche ad esercitare movimenti utili successivamente per cacciare o per scappare da un predatore, imparare a reagire prontamente a situazioni impreviste, scoprire le molteplici modalità di movimento degli oggetti che ci circondano. In altre parole il gioco serve, anche nelle specie in cui può avere un costo, a esercitare abilità che saranno importanti nella vita reale rimanendo in un ambiente relativamente sicuro. Potremmo dire che il ruolo educativo del gioco esiste in natura in un’accezione più ampia di quella che immaginiamo solitamente.

Un ruolo bellissimo del gioco è poi nello sviluppo della creatività: il gioco permette di esplorare situazioni che non avverrebbero mai nella vita reale e almeno nell’uomo questo serve a costruire un repertorio mentale più complesso. Da notare che l’uomo fa infatti parte del piccolo gruppo di specie (elefanti, primati, carnivori sociali, cetacei, pappagalli, corvidi) che giocano anche da adulti. Il fatto che tali specie non abbiano origini comuni ma condividano tratti adattativi apparentemente simili, quali una socialità complessa, longevità e cervelli più grandi, fa ipotizzare che il gioco sia più importante di quello che si immaginava nella costruzione di società ed intelligenze complesse. Come già suggeriva George Bernard Shaw “L’uomo non smette di giocare perchè invecchia, ma invecchia perchè smette di giocare”.

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Giulia Guarguaglini

Nata nel 1972 a Roma, dove ha studiato presso l’Università La Sapienza conseguendo la Laurea in Scienze Biologiche e il Dottorato in Genetica e Biologia Molecolare. Dopo alcuni anni in Germania, tra Heidelberg e Monaco di Baviera, è tornata a Roma, dove lavora come ricercatrice presso il CNR.

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