Quando l’entusiasmo e le aspettative distorcono la realtà
La storia della scienza è costellata di errori: alcuni sono vere e proprie frodi, altri, ugualmente insidiosi, sono commessi in buona fede. Un dato allarmante, riportato dal Journal of Medical Ethics, evidenzia un forte aumento delle frodi scientifiche in ambito biomedico, con un incremento di sette volte negli ultimi 15 anni, insieme al raddoppio degli errori in buona fede. Ma cosa significa esattamente commettere un errore in buona fede?
La scienza patologica
Irving Langmuir, premio Nobel per la Chimica, coniò il termine “scienza patologica” per descrivere il processo in cui uno scienziato, pur partendo da metodi corretti, devia inconsciamente dal rigore scientifico e distorce l’interpretazione dei dati per confermare le proprie aspettative. Questo fenomeno, influenzato da distorsioni cognitive e dall’aspettativa dell’osservatore, porta a vedere ciò che si vuole anche in mancanza di prove. La scienza patologica, quindi, non nasce da malafede, ma da una deformazione inconscia del metodo scientifico: un errore in buona fede, ma non per questo meno problematico.
Un esempio di scienza patologica è la vicenda della “poliacqua”, che appassionò e allarmò il mondo tra gli anni ’60 e ’70, in piena Guerra fredda.
Il caso della poliacqua
Nel 1961, il fisico sovietico Nikolaj Fedjakin, presso l’Istituto Tecnologico di Kostroma, osservò che, quando l’acqua passava attraverso sottilissimi tubi di quarzo, mostrava proprietà anomale: un punto di ebollizione più alto, un punto di congelamento più basso e una viscosità simile allo sciroppo. Nacque così l’ipotesi della “poliacqua”, una forma polimerica (ovvero composta da una catena di molecole) con legami più forti del solito, che formavano una struttura simile a un alveare.
In seguito, Boris Derjaguin, direttore del Laboratorio di fisica a Mosca, perfezionò il metodo di produzione, ottenendo risultati ancora più sorprendenti: congelamento a –40 °C o meno, ebollizione a 150 °C o più, densità superiore all’acqua normale e maggiore espansione con il calore. Inizialmente ignorati in Occidente, i suoi studi catturarono l’attenzione internazionale nel 1966, dopo una presentazione al Congresso della Società Faraday a Nottingham. La notizia si diffuse rapidamente, raggiungendo gli Stati Uniti nel 1968 e divenne un fenomeno globale nel 1969, con centinaia di pubblicazioni scientifiche e persino riferimenti in romanzi, film e serie TV come Star Trek.
L’entusiasmo per le possibili applicazioni della poliacqua, in un’epoca dominata dall’innovazione delle plastiche, si mescolò a una crescente preoccupazione, alimentata dal romanzo Ghiaccio-nove di Kurt Vonnegut, che ipotizzava una catastrofe globale causata da una forma di ghiaccio capace di congelare l’intero pianeta. Si aggiunsero timori legati alla competizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica, che vedevano in questa nuova sostanza una possibile arma o una chiave per il progresso tecnologico.
L’errore della poliacqua
Tuttavia, dopo che molti cercarono di replicare gli esperimenti con risultati molto variabili, cominciarono a sorgere dubbi sull’autenticità della scoperta. Diversi esperti sospettarono una semplice contaminazione. Due scienziati americani, con analisi specifiche per identificare le molecole e la loro struttura, trovarono in questa “acqua magica” soprattutto cloro e sodio. Ulteriori studi mostrarono che acqua contaminata da queste sostanze presentava proprietà simili a quelle attribuite alla poliacqua.
La verità venne a galla con esperimenti più rigorosi: utilizzando strumenti perfettamente puliti, le proprietà anomale scomparvero. Anche i sostenitori iniziali dovettero ammettere l’errore. Le analisi chimiche finali rivelarono diverse impurità, dalla silice a grassi, responsabili delle variazioni di punto di fusione, ebollizione e viscosità. Nell’agosto 1973, i due ricercatori americani pubblicarono una lettera su Nature, ritrattando ufficialmente l’esistenza della poliacqua e attribuendo le anomalie alle impurità.
Imparare dagli errori
Questa storia è un monito su come entusiasmo, pressioni esterne (come quelle della Guerra fredda), la fretta di pubblicare e mancanza di rigore metodologico possano condurre a conclusioni errate. Mostra anche quanto velocemente informazioni sensazionali possano diffondersi, influenzando l’opinione pubblica e la cultura popolare. Infine, la vicenda ci ricorda l’importanza del pensiero critico, dello scetticismo scientifico e dell’umiltà nell’ammettere i propri errori, elementi cardine per il progresso della scienza. Il suo lascito più duraturo è forse l’aver ispirato opere di finzione e stimolato la riflessione sul rapporto tra scienza, società e media.
Il caso solleva una domanda cruciale: com’è possibile che un errore così banale non sia stato riconosciuto per dieci anni ripetendo esperimenti estremamente semplici? La risposta rimanda a un titolo di copertina di The Economist dell’ottobre 2013: How science goes wrong. Gli errori sono più frequenti dove gli interessi economici sono maggiori, ma è innegabile che, magari in buona fede, siano sempre stati commessi.
La storia della scienza è ricca di simili esempi anche in ambiti apparentemente consolidati da secoli: gli astronomi credettero nella teoria geocentrica di Aristotele e Tolomeo per secoli. Persino Enrico Fermi ottenne il Nobel per un’interpretazione errata di un esperimento sulla fissione nucleare. Errori clamorosi si sono verificati persino recentemente nella fisica più avanzata, come nel caso delle onde gravitazionali inflazionarie o dei neutrini più veloci della luce.
Dobbiamo quindi accettare l’errore in buona fede come parte integrante della scienza, distinguendolo dalla frode. La ricerca scientifica non consiste solo nello scoprire cose nuove, ma anche nel correggere cose che crediamo vere ma che non lo sono. La scienza non è infallibile; al contrario, è il campo in cui gli errori vengono individuati in modo più trasparente, grazie a quello scetticismo sistematico di cui parlava Robert Merton, che impone di sottoporre ogni affermazione, anche la più consolidata, a verifica.
Immagine di copertina: Pink Sherbet Photography from USA – Wikimedia