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25 Lug 2025

Proliferazione nucleare

Nicola Armaroli

Nicola Armaroli
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In un recente dibattito pubblico sull’energia nucleare, ho sottolineato la necessità di riportare al centro della discussione un tema passato da tempo sotto silenzio: la proliferazione. Dopo pochi giorni, gli attacchi aerei di Israele e Stati Uniti all’Iran hanno rimesso a nudo la questione.

È possibile sviluppare una filiera nucleare unicamente civile: lo hanno fatto, ad esempio, Germania e Giappone. Questo però non basta per derubricare la questione della proliferazione, poiché nel mondo reale non esistono solo Paesi democratici e “credibili”, ma anche regimi totalitari opachi e violenti. La situazione è complicata dal fatto che alcuni Paesi (anche democratici) attaccano talvolta altre nazioni, rivendicando il diritto di tutelare la propria “sicurezza” e i propri “interessi”, in barba al diritto internazionale.

 

Arricchire l’uranio

Vi sono due modi in cui la filiera nucleare civile può creare le condizioni per disporre di ordigni nucleari. Il primo è venuto alla luce in queste settimane: se hai la capacità (materia prima, know-how, attrezzature, determinazione) per arricchire l’uranio a scopo civile (percentuale di U-235 fissile al 5%), puoi arrivare a livelli di arricchimento superiore (60-95%) e realizzare bombe all’uranio, più o meno sofisticate. Oggi speriamo che nessuno abbia più l’ardire di negare questa possibilità, considerato che l’Iran ha sempre sostenuto di realizzare un programma nucleare solo civile.

 

Utilizzare il plutonio

Passiamo al secondo modo. Se possiedi reattori nucleari, nel corso del tempo avrai a disposizione plutonio, che è l’altro elemento chimico utile per fabbricare bombe atomiche. Per la cronaca, la bomba che rase al suolo Hiroshima era all’uranio, quella che annientò Nagasaki al plutonio. Quest’ultimo è quasi inesistente in natura, ma si genera nei reattori nucleari a partire dall’isotopo U-238, presente nelle barre di combustibile.

Nei reattori si accumulano diversi isotopi del plutonio (Pu-239, Pu-240, Pu-241…). Quello utile per produrre bombe nucleari ad alta efficienza è Pu-239 (fissile), mentre Pu-240 è una presenza indesiderata perché tende a emettere spontaneamente neutroni, riducendo il controllo sul processo di innesco e detonazione dell’ordigno.

Le quantità di Pu-240 nel combustibile esausto di un impianto nucleare civile dipendono dal tipo di reattore, dal combustibile usato, dal modo di utilizzo. La buona notizia è che i reattori più diffusi al mondo producono rifiuti a elevato tasso di Pu-240 (reactor grade), non utilizzabili direttamente per bombe ad alta efficienza. La cattiva notizia è che uno Stato motivato a produrre plutonio per bombe (weapons grade) può impiegare diverse strade, incluso l’irraggiamento per tempi brevi del combustibile nucleare utilizzabile in una centrale elettrica. Senza dimenticare che una cosiddetta bomba sporca (“terrorist grade”) può essere fatta anche con miscele di isotopi del plutonio lontane da weapons grade.

 

Una scala temporale lunghissima

Pu-239 ha un tempo di dimezzamento di oltre 24 000 anni. Oggi nel mondo vi sono 140 tonnellate di plutonio weapons grade, ottenuto in vari modi e potenzialmente utilizzabile per fabbricare 20 000 bombe nucleari. Nessuno può garantire che – su questa scala temporale, pari a oltre sei volte la civiltà umana – parte di questo terrificante tesoretto non possa finire in cattive mani. Meno plutonio vi è in giro, meglio sarebbe per tutti, specie in un mondo in cui alcuni Stati hanno ordigni nucleari pronti all’uso, anche se ufficialmente non li posseggono, dato che non ammettono controlli delle agenzie internazionali sulla loro filiera atomica e non aderiscono al trattato di non proliferazione.

Dopo 80 lunghi anni ci dibattiamo ancora nei dilemmi irrisolti dell’energia nucleare, ma Sapere li precede: quest’anno, infatti, celebriamo il nostro novantesimo compleanno. In questo numero, alcuni membri del comitato scientifico ci raccontano come le pagine di questa rivista – attraverso le voci più autorevoli della scienza e della cultura italiana – abbiano accompagnato gli ultimi nove decenni, nei quali è cambiata letteralmente la faccia del mondo. È una lettura ricca di spunti di riflessione, utili per un’epoca di grande smarrimento come l’attuale.

Nicola Armaroli
Nicola Armaroli
Nicola Armaroli, direttore di Sapere dal 2014, è dirigente di ricerca del CNR e membro della Accademia Nazionale delle Scienze (detta dei 40). Lavora nel campo della conversione dell’energia solare e dei materiali luminescenti e studia i sistemi energetici nello loro complessità. Ha pubblicato oltre 250 lavori scientifici, 12 libri e decine di contributi su libri e riviste. Ha tenuto conferenze in università, centri di ricerca e congressi in tutto il mondo ed è consulente di varie agenzie e società internazionali, pubbliche e private, nel campo dell’energia e delle risorse. Ha ottenuto vari riconoscimenti tra cui la Medaglia d’Oro Enzo Tiezzi della Società Chimica Italiana e il Premio per la Chimica Ravani-Pellati della Accademia delle Scienze di Torino. È un protagonista del dibattito scientifico sulla transizione energetica su tutti i mezzi di comunicazione (v. qui).
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