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10 Giu 2026

Donald, eroe ambientale

Nicola Armaroli

Nicola Armaroli
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Ho riletto di recente quanto scrissi qui quasi dieci anni fa, all’indomani del primo ingresso di Donald Trump alla Casa Bianca, e mi è venuto da sorridere. Immaginando una Cina pronta a fregarsi le mani davanti al promesso suicidio americano sullo sviluppo delle energie rinnovabili, lasciavo però aperta la possibilità di un finale a sorpresa. A un decennio di distanza, quel finale – e quella sorpresa – sembrano arrivati.

 

La produzione di energia negli USA oggi

Nel 2016 Trump percorreva gli Stati Uniti con un badile in mano, promettendo la rinascita del carbone. Dal 2016 al 2025, la produzione totale di carbone negli USA è calata di un terzo e la produzione elettrica da carbone si è dimezzata. Nel 2025, oltre il 60% della nuova capacità elettrica installata negli Stati Uniti è arrivata da rinnovabili, soprattutto solare ed eolico. Se si includono anche le batterie che permettono di utilizzare di sera e di notte quanto assorbito nelle ore centrali del giorno, la quota delle tecnologie rinnovabili sul nuovo installato supera il 90% del totale.

I quattro anni della presidenza Biden hanno certamente contribuito a questi risultati. Ma è evidente che il netto predominio politico e amministrativo trumpiano dell’ultimo decennio non ha fermato l’inesorabile trasformazione del sistema energetico americano. Nel corso degli anni, le amministrazioni Trump hanno ingaggiato una battaglia sempre più irrazionale contro la scienza del clima e le energie rinnovabili, con una postura antiscientifica a tratti violenta. Per dare un’idea dell’aria che tira, se oggi presenti un progetto di ricerca sull’energia solare a un’agenzia governativa statunitense, non sognarti di scrivere che quei finanziamenti serviranno a ridurre l’uso dei combustibili fossili, altrimenti non avrai un centesimo.

 

La politica energetica di Trump

Il maccartismo energetico, però, nel mondo reale non funziona. Ironia della sorte, molte aziende del settore rinnovabile sono concentrate negli Stati repubblicani, Texas in testa. Non stupisce quindi che la politica locale non voglia piegarsi ai diktat di Washington. Intanto, una parte della base MAGA ha scoperto che il solare conviene e chiede di cambiare registro. La questione, in fondo, è semplice: negli Stati Uniti è difficile, persino per un Presidente, bloccare attività economiche mature e redditizie in nome di una pura ossessione dogmatica, alimentata dalla lobby fossile. In pratica, Donald Trump abbaia da dieci anni contro le rinnovabili. Ma, per lui, il bilancio è disastroso.

Non contento, il lucido miliardario newyorkese ha confezionato un capolavoro energetico anche sul fronte petrolifero. Dopo aver messo le mani sulle risorse di bassa qualità di un Paese dalle infrastrutture distrutte come il Venezuela, ha ripreso la guerra a puntate con l’Iran, insieme all’amico Netanyahu. I due statisti miravano all’uranio arricchito iraniano, ma in un attimo la crisi è scivolata dall’energia nucleare al petrolio. A quel punto, per Teheran, bloccare lo stretto di Hormuz è stato un gioco da ragazzi, facendo schizzare il greggio alle stelle: l’Estremo Oriente vacilla, l’Europa trema. La lobby petrolifera, principale sostenitrice di Trump, accumula fortune. L’americano medio, molto meno.

 

Da Cuba all’Europa

Mentre Trump strangola energeticamente Cuba – e, dettaglio significativo, la Cina corre in soccorso con pannelli e batterie – l’Europa prende atto che i ricatti dei peggiori ceffi internazionali su petrolio e gas sono la sua condanna e rilancia su elettrificazione e rinnovabili, lasciandosi alle spalle le incertezze degli ultimi due anni. In tutto questo, il governo italiano, come vivesse su un altro pianeta, continua a etichettare come “ideologia” la transizione alle rinnovabili: un disco rotto.

In alcune settimane di caos totale, Donald Trump è riuscito a rendere il petrolio così indesiderabile e vecchio che nessuna politica “verde” avrebbe potuto fare di meglio. Comunque finisca la guerra di Hormuz, nulla sarà più come prima. Per raccontare l’improbabile eroe ambientale Donald Trump, prendo in prestito una battuta fulminante di mia figlia: «Trump mi ricorda Biff di Ritorno al futuro, il superbullo più patetico della storia del cinema».

Nicola Armaroli
Nicola Armaroli
Nicola Armaroli, direttore di Sapere dal 2014, è dirigente di ricerca del CNR e membro della Accademia Nazionale delle Scienze (detta dei 40). Lavora nel campo della conversione dell’energia solare e dei materiali luminescenti e studia i sistemi energetici nello loro complessità. Ha pubblicato oltre 250 lavori scientifici, 12 libri e decine di contributi su libri e riviste. Ha tenuto conferenze in università, centri di ricerca e congressi in tutto il mondo ed è consulente di varie agenzie e società internazionali, pubbliche e private, nel campo dell’energia e delle risorse. Ha ottenuto vari riconoscimenti tra cui la Medaglia d’Oro Enzo Tiezzi della Società Chimica Italiana e il Premio per la Chimica Ravani-Pellati della Accademia delle Scienze di Torino. È un protagonista del dibattito scientifico sulla transizione energetica su tutti i mezzi di comunicazione (v. qui).
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