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25 Giu 2025

Scienza: aperta per chi?

Nicola Armaroli

Nicola Armaroli
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Talvolta qualcuno mi chiede se gli scienziati debbano pagare per pubblicare i risultati delle loro ricerche. Un tempo avrei pronunciato un secco NO, ma oggi è impossibile dare una risposta così netta. Nel lontano 1991, quando pubblicai il mio primo lavoro, rimasi sorpreso – e anche un po’ affascinato – dal modello economico che, all’epoca, permetteva la disseminazione dei risultati della ricerca scientifica.

 

Il modello dell’Open Access

Fino a circa vent’anni fa, i ricercatori potevano concentrarsi esclusivamente sulla qualità della loro ricerca: produrre articoli rigorosi e chiari era il loro unico compito. Non si pagava (né si era pagati…) per pubblicare. Eppure, le testate scientifiche avevano un costo, avvalendosi di figure professionali tra cui editori, redattori, amministratori, tipografi. Anche le spese postali erano onerose: tutta l’operazione era basata sulla carta, incluso lo smistamento di montagne di copie delle riviste nelle biblioteche di tutto il mondo. In tutto ciò (e vale ancora oggi) lavoravano gratuitamente i ricercatori che valutavano i lavori stessi; sulla base dei loro commenti anonimi, l’editore decideva se pubblicare o respingere un articolo. In pratica, nel processo editoriale, gli unici tenuti alla larga dal denaro erano gli scienziati. Vi chiederete: quindi chi pagava per tenere in piedi la baracca? Molto semplicemente – e quasi unicamente – le biblioteche delle università e dei centri di ricerca pubblici. In altre parole, quelli che pagavano lo stipendio agli autori degli articoli pagavano anche gli abbonamenti alle riviste su cui gli autori pubblicavano, garantendo la sostenibilità economica dell’impresa della conoscenza. Gli abbonamenti offrivano un altro servizio essenziale per il nostro lavoro: ci permettevano di rimanere continuamente aggiornati, leggendo quello che facevano i colleghi (e concorrenti) di tutto il mondo.

Il sistema, pur non perfetto, ha funzionato per due secoli, e non solo per le università o i centri di ricerca pubblici. Infatti, era normale che ricercatori di aziende private frequentassero le “nostre” biblioteche. Come noi, passavano ore a sfogliare i volumi annuali delle riviste, rilegati con eleganza e disposti sugli scaffali. Certo, la conoscenza scientifica non era comoda da reperire rispetto agli standard odierni, con accesso digitale a portata di click ovunque ci troviamo. Nondimeno, era liberamente accessibile a chiunque fosse abbastanza motivato a reperirla: le biblioteche erano frequentabili da tutti, senza distinzioni.

All’inizio del XXI secolo, tutto cambiò. In seno alla comunità scientifica, si fece progressivamente strada un movimento che sosteneva la necessità di passare a un modello di pubblicazione ad “accesso aperto”, il cosiddetto Open Access (OA). L’idea ispiratrice era, sulla carta, la più condivisibile al mondo: la scienza doveva essere aperta universalmente a tutti e garantire «accessibility, affordability, equity». Debbo dire che, col senno di poi, già l’uso di questi tre termini – tanto attraenti, quanto sovrapponibili – suggeriva una certa nebulosità della proposta. E debbo anche dire che, fin da subito, mi chiesi quando mai il mio barbiere o mia nonna avrebbero potuto manifestare il desiderio di sfogliare “apertamente” Science.

L’idea di fondo – ripeto, nobilissima – era che la scienza operava per il bene di tutta l’umanità e doveva essere gratuita e accessibile sempre e a chiunque. Anche perché pagata in gran parte da pubbliche istituzioni, a loro volta finanziate dalle tasse dei cittadini. Non è un caso che il movimento sorse negli anni in cui si affermava la consultazione online alle riviste che, in teoria, poteva aprire la strada a un accesso universale alla conoscenza. Qualcuno pensò che fosse l’inizio della fine per quello che veniva additato come il nemico da abbattere: gli editori scientifici che lucravano sugli abbonamenti, alzando continuamente i costi e creando una barriera all’accesso della conoscenza, custodita nei loro server e nei loro archivi privati ad accesso controllato. In pochi anni, molti governi e agenzie di finanziamento pubblico abbracciarono l’idea dell’Open Access, grazie al suo indubbio fascino “politico”. La pubblicazione “aperta” della ricerca finanziata dalle casse pubbliche fu resa progressivamente un obbligo, infilando la comunità scientifica in un ginepraio.

Una scienza davvero aperta poteva concretizzarsi solo eliminando gli editori tradizionali, per aprire la strada alla pubblicazione e condivisione dei dati della ricerca scientifica su server pubblici, gratuiti e accessibili a tutti. Un approccio analogo al modello Open Source che, con successo, permette da decenni una fruttuosa condivisione della conoscenza tra gli sviluppatori di software. L’opzione però non ha funzionato per la scienza nel suo complesso, anche perché gli scienziati non avevano sufficienti motivazioni o stimoli per farla.

 

Le regole del gioco

Siamo sinceri: noi amiamo pubblicare sulle riviste scientifiche e pubblicare su anonimi server non ci attrae affatto. Anche perché le agenzie di finanziamento (le stesse che obbligano alla pubblicazione “aperta”…) valutano i risultati degli scienziati sulla base del prestigio delle loro pubblicazioni, che è definito dal mezzo su cui si pubblica. E qui la rivista autorevole vince a mani basse sul server: se le regole del gioco non cambiano, non ci può essere gara.

Tra le promesse e le contraddizioni del modello Open Access, si sono prontamente infilati gli editori scientifici tradizionali, che oggi offrono la possibilità di pubblicare OA, a pagamento, sulle loro riviste, con prezzi che variano da 2000 a oltre 10 000 euro per articolo. Chi paga? L’autore, coi suoi fondi di ricerca. Il risultato è che oggi gli editori incassano due volte: abbonamenti (sono ancora lì) più “tassa Open Access” degli autori che se lo possono permettere, cioè quelli che lavorano nei centri di ricerca più ricchi. Alla faccia del nemico da abbattere e dell’equità.

Queste riviste ibride, che cioè pubblicano sia articoli in modalità tradizionale (gratis, ma accessibili solo agli abbonati) che Open Access (a pagamento), sono uno dei tanti modelli di rivista OA oggi disponibili. La lista è lunga e non vi voglio tediare. La classificazione prevede aggettivi suadenti (OA verde, oro, bronzo, diamante…) e anche lo scienziato più esperto deve ogni volta fare mente locale per decidere quale modello e giornale scegliere. Anche e soprattutto in base alle proprie disponibilità finanziarie.

 

Le riviste predatorie e l’inquinamento della conoscenza

La nascita dell’Open Access ha alimentato anche il triste fenomeno delle “riviste predatorie”. Sono spuntati come funghi editori (o presunti tali) che pubblicano qualsiasi cosa, spesso senza il processo di revisione: l’importante è incassare su ogni articolo. Questo ha inquinato la conoscenza scientifica, gonfiando enormemente il numero degli articoli pubblicati, a fronte di un abbassamento della qualità media. Di questo sono corresponsabili anche gli editori tradizionali, che hanno introdotto migliaia di nuovi giornali, incrementando il giro d’affari.

 

Il ruolo dell’intelligenza artificiale

Un ulteriore aspetto critico dell’Open Access è venuto alla ribalta con la diffusione degli assistenti virtuali di intelligenza artificiale generativa (ChatGPT e simili, per capirci). Questi pescano a strascico nel mare di conoscenza scientifica gratuita OA messa a disposizione di tutti, e ne ottengono guadagni enormi. In pratica, mentre mi resta il dubbio se mia nonna abbia beneficiato dell’Open Access, è certo che i giganti della tecnologia stanno facendo un sacco di soldi attraverso un servizio prodotto dalla comunità scientifica e pagato dalle casse pubbliche. Anche i più zelanti sostenitori della scienza aperta non avrebbero voluto arrivare a questo risultato, immagino.

 

Luci e ombre

Naturalmente, in questa complessa vicenda, non vi sono solo ombre. È indubbio che oggi vi sia una maggiore quantità di conoscenza a disposizione dei Paesi più svantaggiati, dove spesso non è possibile permettersi neppure il modello tradizionale basato sugli abbonamenti delle biblioteche. Inoltre – al di là della questione introiti dei colossi tecnologici, che va affrontata – il progresso scientifico correrà più velocemente se gli strumenti di intelligenza artificiale attingeranno a un bacino di dati aperto e più vasto.

Resta il dubbio se il pagamento della pubblicazione scientifica da parte degli autori sia stato uno strumento efficace per promuovere una scienza davvero aperta a beneficio di tutti, e non invece una sorta di peccato originale da cui dovremmo redimerci. Se lo chiede una comunità scientifica frastornata e profondamente incerta.

Nessuno vuole tornare indietro, ma è evidente che molte cose non hanno funzionato. Un modello Open Access che garantisca davvero un accesso più libero, equo e responsabile alla conoscenza scientifica non lo abbiamo ancora trovato. Dobbiamo provarci.

Nicola Armaroli
Nicola Armaroli
Nicola Armaroli, direttore di Sapere dal 2014, è dirigente di ricerca del CNR e membro della Accademia Nazionale delle Scienze (detta dei 40). Lavora nel campo della conversione dell’energia solare e dei materiali luminescenti e studia i sistemi energetici nello loro complessità. Ha pubblicato oltre 250 lavori scientifici, 12 libri e decine di contributi su libri e riviste. Ha tenuto conferenze in università, centri di ricerca e congressi in tutto il mondo ed è consulente di varie agenzie e società internazionali, pubbliche e private, nel campo dell’energia e delle risorse. Ha ottenuto vari riconoscimenti tra cui la Medaglia d’Oro Enzo Tiezzi della Società Chimica Italiana e il Premio per la Chimica Ravani-Pellati della Accademia delle Scienze di Torino. È un protagonista del dibattito scientifico sulla transizione energetica su tutti i mezzi di comunicazione (v. qui).
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