Negli ultimi mesi, alcune tra le più prestigiose riviste scientifiche del mondo hanno sollevato un allarme che rischia di passare inosservato tra l’entusiasmo per l’intelligenza artificiale e l’ansia da produttività accademica. In un articolo pubblicato su Nature nell’aprile 2025, intitolato “Science sleuths flag hundreds of papers that use AI without disclosing it”, la giornalista Diana Kwon ha documentato centinaia di casi in cui testi scientifici recano tracce inequivocabili dell’uso di chatbot generativi come ChatGPT – frasi come “as an AI language model” o “regenerate response” – senza che questo utilizzo sia mai stato dichiarato dagli autori.
La faccenda non si esaurisce in un aneddoto curioso. Alcuni editori hanno persino corretto silenziosamente i testi, rimuovendo ogni indizio dell’uso dell’IA senza lasciare traccia delle modifiche. Una pratica che mina alla base la fiducia nel processo editoriale e che solleva domande etiche ben più profonde del semplice “è giusto o sbagliato usare l’IA?”.
Una comunità divisa
Un secondo studio, sempre pubblicato su Nature a maggio 2025 (“Scientists split on ethics of AI use”), ci restituisce una fotografia sorprendentemente fratturata della comunità accademica. Il sondaggio, condotto su oltre 5000 ricercatori di tutto il mondo, rivela che:
- oltre il 90% considera accettabile usare l’IA per correggere o tradurre un articolo;
- circa il 65% ritiene etico usarla per scrivere una prima bozza;
- ma una netta maggioranza è contraria all’uso dell’IA nella revisione tra pari (peer review).
La vera frattura, però, riguarda la trasparenza: molti di coloro che hanno usato l’IA non l’hanno dichiarato. Altri ritengono che la dichiarazione sia superflua, assimilando questi strumenti a una calcolatrice. Ma è davvero così?
L’IA tra le pieghe dell’editoria
Un terzo articolo della stessa Diana Kwon, pubblicato nel 2024 (“How AI is infiltrating science publishing — and what to do about it”), mostra che il problema non riguarda solo gli autori, ma anche gli editori. L’IA viene usata per l’editing, la gestione della sottomissione degli articoli e persino per proporre revisori. Una vera e propria “infiltrazione silenziosa” che rende senz’altro urgente non tanto una proibizione, quanto una riforma.
Normare, non proibire
Vietare l’uso dell’IA sarebbe miope. Come spesso accade nella storia umana, il divieto non elimina il comportamento: lo rende semplicemente più nascosto. La strada da percorrere, allora, è quella di una regolamentazione che sia trasparente.
Dichiarare quando, come e dove si è usata l’intelligenza artificiale in un lavoro scientifico non mina l’autorevolezza di un articolo: al contrario, la rafforza. Un disclaimer etico – analogo alla dichiarazione di conflitto di interessi – sarebbe il primo passo per evitare una degenerazione silenziosa della letteratura scientifica, già oggi sotto pressione per la sua crescente quantità e dubbia qualità.
E adesso?
Il punto non è decidere se usare o non usare l’IA. Il punto è capire che tipo di comunità scientifica vogliamo essere nell’èra delle macchine linguistiche.
Preferiamo un sapere trasparente, dove gli strumenti sono dichiarati e il pensiero umano resta centrale? O vogliamo affidarci a testi prodotti in parte da algoritmi, firmati da umani, rivisti da IA e pubblicati da editori che dell’IA fanno uso dietro le quinte?
Il futuro non è scritto. Ma sarebbe bene che, almeno, lo scrivessimo sapendo chi tiene la penna in mano.