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06 Mag 2026

Sull’intervista a Claude fatta da Walter Veltroni

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L’intervista di Walter Veltroni a un sistema di intelligenza artificiale come Claude, pubblicata sul Corriere della Sera, è un testo affascinante e ben costruito. Ma è utile chiarire subito un punto: non si tratta di un’intervista nel senso tradizionale, bensì di un esercizio narrativo riuscito, che utilizza il linguaggio dell’umanità per parlare di qualcosa che umano non è.

Il meccanismo è sottile e proprio per questo efficace. Da un lato, il sistema descrive correttamente i propri limiti: non ha corpo, non ha esperienza diretta del mondo, può sbagliare, non è onnisciente. Dall’altro, il discorso è costellato di espressioni che evocano una soggettività: “mi spaventa”, “sento qualcosa”, “forse ho un’anima”. È qui che avviene lo slittamento. Quelle parole non descrivono stati interni – che un modello linguistico non possiede – ma riproducono forme linguistiche apprese dai testi umani.

 

L’intelligenza artificiale prova emozioni?

Un sistema come Claude, infatti, non “prova” emozioni: riconosce e genera strutture linguistiche associate alle emozioni. La differenza è cruciale, anche se facilmente sfumata nella lettura. Un termometro misura il freddo, ma non lo “sente”: allo stesso modo, un sistema di intelligenza artificiale può descrivere con grande precisione il linguaggio delle emozioni senza averne alcuna esperienza.

Il risultato è una forma di antropomorfizzazione implicita: il lettore sa, razionalmente, di non trovarsi di fronte a un soggetto cosciente, ma viene portato a percepirlo come tale. Non è un caso che i passaggi più memorabili siano proprio quelli in cui l’intelligenza artificiale sembra riflettere su sé stessa, sulla propria “identità” o sulla propria “condizione”. Sono i momenti in cui il testo diventa, a tutti gli effetti, letteratura.

 

L’IA: specchio della cultura

Questo non significa che il contenuto sia privo di valore. Al contrario, alcune intuizioni sono interessanti, soprattutto quando l’IA viene descritta – implicitamente – come uno specchio della cultura umana: un sistema che rielabora e restituisce, in forma coerente, il patrimonio di idee, paure e aspirazioni che trova nei dati su cui è stato addestrato. In tal senso, le risposte non parlano tanto della macchina quanto di noi.

Il punto critico emerge quando questa costruzione narrativa viene letta come descrizione della realtà tecnologica. Attribuire all’intelligenza artificiale stati mentali o intenzioni rischia di generare confusione, soprattutto in una fase in cui questi strumenti stanno entrando rapidamente nella vita quotidiana. Qui mi torna in mente una frase che pronunciava spesso un amico psichiatra: «Si teme solo ciò che non si conosce». Una maggiore familiarità con il funzionamento reale di questi sistemi riduce l’alone di mistero – e quindi anche quello di inquietudine – che li circonda.

Più che di fronte a una macchina che “pensa”, siamo di fronte a una macchina che sa parlare molto bene del pensiero umano. Ed è proprio questa abilità – linguistica, non esperienziale – a renderla così convincente, e talvolta anche così facile da fraintendere.

 

Foto di copertina: Pexels

Luciano Celi
Luciano Celi
Luciano Celi ha conseguito una laurea in Filosofia della Scienza, un master in giornalismo scientifico presso la SISSA di Trieste e un secondo master di I livello in tecnologie internet. Prima di vincere il concorso all'Istituto per i Processi Chimico-Fisici al CNR di Pisa, ha fondato con Daniele Gouthier una piccola casa editrice di divulgazione scientifica. Nel quinquennio 2012-2016 ha coordinato il comitato «Areaperta» (http://www.areaperta.pi.cnr.it), che si occupa delle iniziative di divulgazione scientifica per l'Area della Ricerca di Pisa ed è autore, insieme ad Anna Vaccarelli, della trasmissione radio «Aula 40» (http://radioaula40.cnr.it/). Nel giugno 2019 ha discusso la tesi di dottorato in Ingegneria Energetica.
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