Sapere Scienza

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Cos'è la peer review?

29 Gennaio 2018

Se siete lettori appassionati di scienza, spesso avrete incontrato link ad articoli pubblicati su riviste scientifiche specializzate. Alcuni di voi si saranno chiesti chi e cosa stabilisca che il contenuto di quel documento sia valido. Soprattutto, dopo la pubblicazione su The Lancet dell’articolo-bufala dell’ex-medico Andrew Wakefield - che collegava alcune vaccinazioni all’autismo - dubbi e domande sul metodo di convalida da parte dell’editoria scientifica sono più che leciti. Lo strumento che dovrebbe impedire che questi episodi accadano è la peer review.

 

Revisione alla pari

 

La peer review, in italiano “revisione alla pari”, è una procedura di selezione di articoli, proposti da membri della comunità scientifica, eseguita da specialisti nell’ambito in questione (i cosiddetti referee) che ne valuteranno il contenuto e stabiliranno se il lavoro a loro sottoposto è idoneo per la pubblicazione. Cosa significa “idoneo”? L’esperimento descritto deve seguire correttamente il metodo scientifico e vi deve essere coerenza tra premesse, svolgimento e risultato finale. I revisori stabiliranno, quindi, se lo scritto ricevuto dall’editore per la valutazione è da accettare, da modificare ulteriormente per poter essere accettato, o da rigettare. Esistono tre tipi di peer review:

  • a singolo cieco: gli autori dello studio non conoscono i referee che lo giudicheranno che, così, potranno essere liberi di valutare lo scritto senza sentire il timore di influenze esterne;
  • a doppio cieco: gli autori non conoscono i revisori e viceversa. Non sapere l’identità di chi ha svolto la ricerca permette di valutare lo scritto senza pregiudizi di qualsiasi matrice (ad esempio genere, provenienza o reputazione);
  • aperta: i nomi di autori e referee non sono occultati.

Avrete compreso come questo meccanismo possa celare vantaggi e svantaggi ma non è solo la professionalità e serietà dei revisori a preoccupare il mondo della ricerca.

 

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Luci e ombre

 

Un’annosa questione riguarda l’aspetto economico. Tradizionalmente un team di ricerca può sottoporre il proprio articolo a una rivista scientifica specializzata che, se la procedura di peer review andrà a buon fine, pubblicherà il lavoro. Potranno leggere gli articoli gli abbonati alla rivista o chi pagherà il singolo documento. Gli autori retribuiranno l’editore solo in casi particolari (ad esempio l’inserimento di immagini a colori nel cartaceo) ma l’intero processo, in generale, sarà totalmente gratuito. L’accesso alla letteratura scientifica, però, dovrebbe seguire una direzione più democratica. Cercando di raggiungere questo obiettivo sono nate riviste Open Access: gli autori, sempre dopo la revisione alla pari, pagano per la pubblicazione dell’articolo, conservandone i diritti d’autore con una licenza Creative Commons. Questo permette a chiunque di avere a disposizione il loro lavoro gratuitamente. L’Open Access sembrerebbe un percorso virtuoso ma il rovescio della medaglia è dietro l’angolo: questo tipo di riviste guadagnano in proporzione al numero di articoli pubblicati. E se gli editori, a volte, chiudessero un occhio sul lavoro di revisione a favore del fatturato?

 

“Chi ha paura della peer-review?”

 

Sull’onestà del sistema Open Access ha voluto indagare, nel 2013, il biologo e giornalista John Bohannon, che pubblicò i risultati della sua inchiesta su Science. L’articolo, intitolato Who’s afraid of Peer Review? (Chi ha paura della peer review?) descriveva l’esperimento di Bohannon: aveva inviato un articolo molto al di sotto degli standard a 304 riviste ad accesso aperto per testare le revisioni e i controlli di qualità. I risultati non furono incoraggianti: 157 riviste accettarono l’articolo e lo pubblicarono dopo il pagamento. Particolare serietà, invece, fu mostrata dalla celebre PLoS che bocciarono il lavoro mostrando di aver eseguito controlli particolarmente accurati.

Accesso libero o meno, onestà e professionalità nella peer review fanno la vera differenza e contribuiscono ad alimentare la fiducia, anche del grande pubblico, nella scienza e nel lavoro dei ricercatori.

 

È possibile imparare anche a scuola cosa sia la revisione alla pari. Ci racconta come Stefano Sandrelli, nel suo articolo “Attività didattiche peer reviewed”, che potrete leggere acquistando il numero di dicembre di Sapere.

copertina   gennaio-febbraio 2018

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