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Armi chimiche: i terribili effetti sui civili in Siria

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Le tragiche notizie provenienti dalla Siria relative al recente attacco aereo nella zona di Idlib, che ha causato quasi 90 vittime tra la popolazione inerme, di cui almeno 30 bambini, hanno ancora una volta drammaticamente dimostrato il potenziale letale delle armi chimiche.

 

E mentre il mondo assiste impotente a questa ennesima strage e s'interroga sull'attribuzione delle responsabilità di tali atrocità, ci si chiede quanto dell’arsenale chimico siriano sia stato effettivamente distrutto nel luglio del 2014, allorché un'operazione internazionale, condotta sotto la guida dell'Organizzazione per la Proibizione delle Armi chimiche (OPCW) nelle acque del Mediterraneo, portò alla neutralizzazione mediante idrolisi di migliaia di tonnellate di gas tossici sottratte al regime di Bashar al-Assad, in prevalenza iprite e sarin, all’epoca ritenuto l’intero quantitativo di armi chimiche presenti sul territorio siriano. 

 

I devastanti effetti delle armi chimiche 

Oggi, le testimonianze dei medici e degli operatori sanitari che hanno portato i primi soccorsi alle popolazioni civili colpite da questo ennesimo attacco parlano, senza mezzi termini, di utilizzo di una combinazione di cloro e sarin e puntano il dito verso la comunità internazionale e la sua incapacità non solo di porre fine alla guerra che da troppi anni ormai affligge la Siria, ma di impedire l’uso massiccio e indiscriminato delle armi chimiche, in chiara violazione della Convenzione internazionale in vigore dal 1997, che ne vieta esplicitamente la produzione e l’utilizzo.

 

Se da un punto di vista geopolitico lo scenario medio-orientale è oggi più confuso che mai, è altresì chiaro che da un punto di vista degli accordi internazionali vigenti, cioè in ottemperanza alle regole sancite dalla Convenzione internazionale sulle armi chimiche, la comunità internazionale debba adoperarsi per condurre ispezioni ancora più capillari e implementare misure ancora più restrittive di quelle attuali, in materia di controllo e verifica della presenza di arsenali chimici, soprattutto laddove esistano conflitti in atto.

 

Iprite, lewisite, sarin e VX: le armi chimiche più utilizzate 

 

Un tale impegno non risolverebbe certo i nodi del conflitto siriano, ma permetterebbe di evitare stragi di innocenti come quella di Idlib. Ad oggi, le armi chimiche più importanti sono la iprite e la lewisite (agenti vescicanti), il sarin e il VX (agenti neurotossici o gas nervini). Le prime provocano irritazioni cutanee gravi, danni alle vie respiratorie e cecità, mentre i secondi agiscono prevalentemente attraverso l’inibizione dell’acetilcolinesterasi, un enzima fondamentale per il processo di contrazione e rilassamento della muscolatura, causando broncocostrizione.

 

I gas nervini sono organofosfati che possono essere sintetizzati partendo dagli stessi precursori impiegati nella produzione di molti composti a uso civile e industriale, tipicamente i pesticidi. La Convenzione sulle armi chimiche regola in modo rigoroso la produzione, il commercio e la tracciabilità di tutti quei composti che possono servire da reagenti per la sintesi di armi chimiche. Il lavoro degli ispettori ONU è quello di assicurarsi che le direttive della Convenzione siano rispettate da tutti i Paesi aderenti.

 

Armi biologiche e manipolazione genica: due minacce sempre più attuali

 

È bene ricordare che la attuale Convenzione internazionale sulle armi chimiche, di cui ricorre quest’anno il ventesimo anniversario e a cui hanno aderito quasi tutti i Paesi del mondo, è il risultato di lunghe ed estenuanti trattative diplomatiche iniziate all’indomani della fine della Prima Guerra Mondiale. È, quindi, necessario che la comunità internazionale si attivi già da oggi perché si arrivi al più presto anche all'elaborazione condivisa di una Convenzione internazionale sulle armi biologiche, di cui si discute da troppo tempo ormai senza che, di fatto, siano stati prodotti progressi significativi.

 

Con il recente sviluppo di tecniche di manipolazione genica, come CRISPR/Cas9, siamo infatti oramai entrati nell’era del gene-editing, che assieme alle sue promesse di avanzamento in campo clinico porta con se l’incubo della ingegnerizzazione di potenti organismi patogeni utilizzabili per scopi terroristici o bellici. 

 

Emilio Parisini

Emilio Parisini è ricercatore presso l'Istituto Italiano di Tecnologia, dove si occupa di biologia molecolare e strutturale. E' membro della Unione Scienziati per il Disarmo (USPID).

copertina   luglio-agosto 2017

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