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29 Lug 2025

Come era fatta la pelle dei plesiosauri?

Marco Signore

Marco Signore
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Che aspetto ha un plesiosauro?

I plesiosauri, rettili marini dal lungo collo e dotati di quattro arti modificati in pinne, sono probabilmente i più iconici animali marini dell’epoca dei dinosauri. Pur non essendo dinosauri loro stessi, sono rappresentati praticamente in qualsiasi testo che parla del Mesozoico; inoltre, il loro peculiare aspetto li ha resi delle star nella cultura popolare per quasi 200 anni: basta ricordare la sfortunata comparsa di un plesiosauro nel celeberrimo romanzo di Jules Verne Viaggio al centro della Terra, oppure l’aspetto che le persone vogliono dare al mitico, quanto inesistente, mostro di Lochness. La verità, però, è che non abbiamo praticamente idea di quale fosse il loro reale aspetto; almeno, non fino a qualche giorno fa.

 

Un raro fossile

Nel 1940 fu estratto dalle cave di Holzmaden in Germania lo scheletro di un plesiosauro, che ha però dovuto attendere il 2020 per essere studiato. Durante la preparazione, gli esperti si sono accorti della presenza di qualcosa di nuovo, oltre alle ben preservate ossa: resti di tessuti molli. Applicando diverse tecniche avanzate, sono riusciti a studiare e descrivere per la prima volta come fosse fatta la pelle di un plesiosauro, rivelando gli adattamenti alla vita acquatica di questi antichi nuotatori.

L’analisi dettagliata dei resti fossili ha dimostrato che la superficie del corpo di questo plesiosauro era generalmente liscia e priva di squame; la perfetta fossilizzazione, tipica dei giacimenti attorno alla città di Holzmaden, ha persino conservato le pieghe e probabili lacerazioni della pelle. Al contrario, le pinne erano ricoperte di squame triangolari.

I precedenti studi sui plesiosauri avevano tentato di dare una spiegazione per la mancanza di ritrovamenti di pelle, attribuendola al fatto che il tegumento di questi rettili era simile a quello dei serpenti: sottile e quindi di difficile conservazione. Il nuovo studio ha invece dimostrato che i plesiosauri dovevano essere molto simili, come aspetto, alle tartarughe: il curioso modo di descrivere questi animali usato da diversi autori del XIX secolo, «un serpente infilato nel carapace di una tartaruga», sembra, a distanza di quasi 200 anni, quanto mai attuale.

 

Pelle spessa e squame

Lo studio congiunto di scienziati svedesi e tedeschi capitanati da Miguel Marx dell’Università di Lund in Svezia e pubblicato su Current Biology, fornisce parecchie informazioni su questo spettacolare ritrovamento. La pelle del reperto, identificato semplicemente come MH7, ha la struttura tipica di quella dei moderni amnioti (il clade dei vertebrati che include rettili, uccelli e mammiferi), con tre strati chiaramente delineati che fornivano una copertura robusta ma flessibile. La parte posteriore delle pinne era invece ricoperta di squame triangolari, probabilmente carenate, in maniera analoga a quello che accade nelle tartarughe, in particolare nell’enorme (e purtroppo ormai rara) tartaruga liuto, Dermochelys coriacea.

 

Ecologia dei plesiosauri

Il nuovo studio aiuta quindi a comprendere meglio l’ecologia di questi straordinari rettili marini. La presenza delle squame posteriori nelle pinne comportava un irrigidimento del bordo, aumentando in questo modo le capacità natatorie, ma al contempo poteva essere anche utilizzata per migliorare la presa sui sedimenti del fondo quando il plesiosauro vi camminava per nutrirsi (come indicano sia tracce fossili sia contenuti stomacali in altri reperti).

Inoltre, tra i rettili marini mesozoici i plesiosauri mantengono le squame, a differenza degli altri grandi taxa come gli ittiosauri o i metriorinchidi (coccodrilli completamente adattati alla vita acquatica), che invece sembrano perderle completamente, indicando un chiaro vantaggio adattativo per questo carattere.

 

 

Immagine di copertina: Matteo De Stefano/MUSE – Wikimedia

Marco Signore
Marco Signore
Laureato a Napoli in Scienze Naturali, PhD all'Università di Bristol in paleobiologia con specializzazioni in morfologia e tafonomia, è nella divulgazione scientifica da quasi 20 anni, e lavora presso la Stazione Zoologica di Napoli "Anton Dohrn". Nel tempo libero si occupa anche di archeologia, oplologia, musica, e cultura e divulgazione ludica.
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