Scandio, ittrio, lantanio, cerio, praseodimio, neodimio, promezio, samario, europio, gadolinio, terbio, disprosio, olmio, erbio, tulio, itterbio, lutezio. Chi erano costoro? Boh? Non lo sa neppure il riconoscimento vocale del mio computer. Ne azzecca 4 su 17.
Questi metalli dai nomi astrusi – che compongono la famiglia delle “terre rare” – hanno guadagnato in poche settimane popolarità planetaria, grazie a una vicenda surreale. La miccia è stata accesa – manco a dirlo – da Donald Trump, quando ha dichiarato l’intenzione di farsi rimborsare 500 miliardi di dollari dall’Ucraina «in terre rare». È una sparata senza senso, visto che, ad oggi, in Ucraina non risultano risorse accertate di terre rare. E, se anche ci fossero, servirebbero molti anni prima di mettere in produzione miniere, quanto basterebbe per far spazientire l’improbabile creditore americano. Considerato poi che l’intero mercato mondiale delle terre rare oggi vale circa 10 miliardi di dollari l’anno, la cifra di 500 miliardi illustra il livello penoso della conversazione. La banca dati di riferimento per le risorse minerarie è quella del servizio geologico degli Stati Uniti, liberamente consultabile da chiunque (volendo, anche dallo staff del Presidente). Non serve una laurea in chimica o in geologia per capirci qualcosa. Quasi nessuno però lo ha fatto, ed è partito il delirio. Tutto è diventato terra rara: litio, uranio, grafite (sic!), gallio. Queste amenità sono scritte anche in documenti ufficiali di istituzioni internazionali come la NATO.
Cosa sono davvero le terre rare?
La vicenda è ancor più paradossale se si pensa che l’affascinante nome “terre rare” è solo un retaggio storico che risale all’Ottocento, quando questi 17 metalli cominciarono a essere scoperti. Erano tipicamente individuati come ossidi, che all’epoca venivano chiamati “terre”, a causa del loro aspetto. Furono poi definiti “rari” perché all’epoca risultò difficile trovarli e ancor più arduo separarli: per individuarli tutti servì oltre un secolo. Il lutezio fu isolato per ultimo: per decenni si era imbucato all’ombra dell’itterbio. Oggi sappiamo che, sulla crosta terrestre, sono molto più diffusi di metalli abbastanza comuni come il piombo o l’argento, mentre sono enormemente più abbondanti di oro, platino o palladio. Tuttavia trovarli a concentrazioni tali da permetterne uno sfruttamento economicamente conveniente resta difficile. La produzione oggi è concentrata in Cina, Australia, Stati Uniti e Sud-Est Asiatico, mentre Brasile, Russia e alcune nazioni africane hanno interessanti potenzialità.
Il progressivo riempimento degli orbitali f – incubo di generazioni di studenti – rende le loro proprietà chimico-fisiche assolutamente uniche, in particolare quelle magnetiche e ottiche. Le terre rare non sono né terre, né rare, ma resta il fatto che risultano essenziali per tantissime applicazioni: laser (neodimio, olmio, tulio, praseodimio), magneti permanenti (disprosio, neodimio, terbio), leghe speciali (quasi tutti), telecomunicazioni (erbio, ittrio), catalisi (cerio, lantanio) e molto altro. Nei nostri smartphone, per esempio, possiamo averne sino a otto. Quando i telefoni vibrano, è merito del disprosio; quando ascoltiamo musica in cuffia, entra in gioco il gadolinio. L’interesse nei loro confronti è destinato ad aumentare.
Ho lavorato a lungo sulle terre rare, entusiasmandomi davanti al fantastico colore rosso e verde della luminescenza dell’europio e del terbio, per non parlare delle spettacolari righe infrarosse di itterbio e samario. Siamo anche riusciti a inserire un complesso di europio in un nanotubo di carbonio: tre anni di lavoro.
Disinformazione e boutade
A questo punto qualcuno potrebbe pensare che mi sono spazientito sul delirio di questi mesi per ragioni “di bandiera”. No, mi preoccupa altro. Quanto le nostre società sono preparate ad affrontare le enormi sfide che abbiamo davanti, di ogni tipo, se la disinformazione e le boutade sono deliberatamente utilizzate, anche ai più alti livelli, per scopi più o meno chiari? Intanto, tutti si bevono tutto, contribuendo a diffondere il virus, per la gioia dei buontemponi che appiccano i fuochi per vedere l’effetto che fa.