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10 Feb 2026

Petrolio, il grande intreccio

Nicola Armaroli

Nicola Armaroli
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L’azione militare degli Stati Uniti in Venezuela ha riportato al centro dell’attenzione il petrolio, una materia prima che incrocia molteplici questioni: energia, economia, geopolitica, industria, commercio, ambiente. Il petrolio è un tema complesso e spesso eccessivamente semplificato. Provo a proporre alcuni elementi di approfondimento.

 

I diversi tipi di petrolio: leggero, medio e pesante

Un concetto fondamentale è che il petrolio greggio, di per sé, non serve quasi a nulla. È una materia prima che acquista valore pratico attraverso la raffinazione, processo dal quale si ricavano diversi prodotti: la benzina per le auto, la nafta per la petrolchimica, il gasolio per i camion, il cherosene per gli aerei e così via. Nella raffinazione, la qualità del materiale di partenza è fondamentale. Il petrolio, però, non è tutto uguale: la sua composizione chimica dipende dalla storia geologica del giacimento, maturata nel corso di milioni di anni, diversa da un luogo a un altro. Semplificando, si parla di petroli leggeri, medi e pesanti, in base al tipo di molecole presenti: più o meno grandi e quindi più o meno “pesanti”.

Il petrolio più apprezzato è generalmente quello medio, poiché offre il miglior compromesso tra varietà dei prodotti raffinati estraibili e costi di lavorazione. In pratica, si ottiene il massimo risultato col minimo sforzo. Un esempio emblematico è il petrolio medio russo, estratto tra gli Urali e la Siberia. Ha rifornito per decenni le raffinerie europee, che sono state adattate per processare principalmente quel tipo di greggio. Cambiare fornitore di petrolio non è affatto semplice. Se il nuovo prodotto ha caratteristiche diverse, diventa necessario adattare le raffinerie, con investimenti significativi e ricadute economiche lungo l’intera filiera. Il complicato intreccio tra chimica, capacità industriali e geopolitica evidenzia tutta la complessità che ruota attorno al petrolio. Ed è in questo quadro che si colloca la partita tra Stati Uniti (primo produttore e consumatore mondiale) e Venezuela (primo detentore, sulla carta, di riserve).

Gli Stati Uniti producono principalmente petrolio leggero e ultraleggero – il cosiddetto tight oil estratto tramite fratturazione idraulica (fracking) – che hanno iniziato a estrarre su larga scala meno di vent’anni fa e che ha raggiunto il picco produttivo in questi mesi (in prospettiva, non è un dettaglio…). Ottimo per produrre benzina e nafta, poco adatto per tutto il resto. Il punto cruciale è che le raffinerie statunitensi, nella loro configurazione attuale, sono in larga misura progettate per lavorare petroli medi e pesanti: gli stessi che, a partire dagli anni ’70, gli Stati Uniti hanno dovuto importare massicciamente dai Paesi vicini (Canada, Messico, Venezuela), ben prima del “boom interno” del fracking. Questo spiega l’apparente paradosso di un Paese che esporta 4 milioni di barili al giorno (petrolio leggero in enorme eccesso) e ne importa 6 (petrolio pesante, vitale per le proprie raffinerie). In pratica, vi è un disallineamento strutturale tra qualità del petrolio disponibile e capacità di trasformazione installata.

A questo si aggiunge un ulteriore elemento, cruciale e spesso ignorato: gli Stati Uniti esportano ogni giorno circa 6 milioni di barili di prodotti raffinati, in particolare gasolio e cherosene. Questi derivati, ottenuti soprattutto dal petrolio medio e pesante importato, sono la prima voce di export nella bilancia commerciale americana, in cronico deficit. Un contributo decisivo alla sua sostenibilità.

Questo breve quadro dà un’idea di come il risiko petrolifero non si esaurisca, come spesso si tende a pensare, alla sola disponibilità di risorse nel sottosuolo. Contano almeno altrettanto la tipologia del greggio e la capacità di trasformare e commercializzare sia le materie prime che i prodotti finiti. Alquanto rilevante è anche la capacità militare che presidia – via terra e via mare – la vasta e fragile infrastruttura che rende possibili i commerci intercontinentali dei vari flussi petroliferi. Una capacità che non è di tutti…

È molto importante poi la flessibilità produttiva nel breve periodo: la capacità di aumentare o ridurre rapidamente l’estrazione per influenzare i mercati e massimizzare i profitti. In questo gioco, il dominatore storico è l’Arabia Saudita. Un ragionamento analogo vale per la raffinazione: i Paesi che hanno una capacità di raffinazione superiore alle proprie necessità possono influenzare i mercati internazionali dei prodotti petroliferi, spesso più redditizi di quelli del greggio.

 

Venezuela e petrolio

Si sente spesso dire che il Venezuela «possiede le maggiori riserve petrolifere del mondo»; è un dato che merita precisazioni. Esistono alcuni criteri tecnici per stabilire le riserve petrolifere di un Paese, ma di fatto sono i governi a fornire i dati, anche perché più petrolio dichiari di avere, maggiore è il tuo peso sullo scacchiere internazionale. Di conseguenza, le classifiche dei detentori di riserve petrolifere non vanno mai prese per oro colato.

Il Venezuela è salito in testa alla classifica a partire dal 2012, quando l’amministrazione Chávez, predecessore di Maduro, incluse tra le riserve disponibili enormi quantità di petrolio ultrapesante, che si trovano nel bacino del fiume Orinoco. È un petrolio di pessima qualità, tra i peggiori al mondo: è talmente viscoso da non poter essere trasportato tramite oleodotti. Per renderlo utilizzabile è necessario diluirlo con petrolio leggero o sottoporlo a trattamenti preliminari di upgrading, che spezzano le molecole più grandi (cracking) e rimuovono zolfo e metalli pesanti. Non sorprende quindi che importanti compagnie petrolifere americane abbiano raffreddato gli entusiasmi di Trump sull’idea di investire fiumi di miliardi nei bacini petroliferi venezuelani. L’esistenza di una risorsa mineraria non garantisce di per sé la sua utilizzabilità: in assenza di condizioni tecniche ed economiche adeguate, quella risorsa resta nel sottosuolo e non si trasforma automaticamente in una “riserva”, anche se compare in una tabella statistica.

Va ricordato, però, che il Venezuela dispone anche di giacimenti di buona qualità nel lago di Maracaibo, uno dei bacini petroliferi più antichi e sfruttati al mondo, ormai ben oltre la sua fase d’oro. È ancora possibile estrarre greggio a Maracaibo e in altre aree, ma servirebbero ingenti investimenti per rilanciare impianti a lungo trascurati o abbandonati. Nel frattempo, decenni di attività estrattiva hanno trasformato questa laguna salmastra in uno dei luoghi più inquinati al mondo, incluse enormi perdite di metano in atmosfera.

 

Il confronto USA-Cina

Oggi il Venezuela produce circa 1 milione di barili al giorno, pari all’1% della produzione mondiale; storicamente non ha mai superato i 3,5 milioni ed è improbabile che possa farlo in futuro. Per confronto, gli Stati Uniti producono oltre 20 milioni di barili al giorno e l’Arabia Saudita 11. La Cina assorbiva una parte significativa del greggio venezuelano, ma si trattava comunque di una quota marginale rispetto al suo consumo quotidiano di circa 16 milioni di barili. Più rilevante, invece, è il risvolto geopolitico: con l’azione in Venezuela, Trump ha lanciato un segnale diretto a Pechino per contenere la sua crescente presenza in Sudamerica.

È probabile che gli Stati Uniti si assicurino dal Venezuela una quota di petrolio utile per le proprie raffinerie. Resta invece da capire se il blitz americano sia il frutto della decisione di una sola figura “impulsiva” o il risultato di una strategia condivisa a livelli più ampi. Gli Stati Uniti infatti possono confrontarsi a muso duro con la Cina, ma Pechino dispone di strumenti di ritorsione non trascurabili. Basti pensare che compagnie petrolifere americane detengono partecipazioni in impianti petrolchimici cinesi o esportano metano liquefatto verso il mercato del Dragone.

Comunque vada, la vera ritorsione cinese sarà di lungo periodo e molto più dura. Oltre il 60% del petrolio mondiale è destinato al trasporto stradale, un settore in cui Pechino ha già compiuto una scelta strategica netta: ridurre strutturalmente la dipendenza dal petrolio attraverso l’elettrificazione. È una traiettoria destinata a erodere la centralità di quello che per decenni abbiamo chiamato “oro nero”, rendendo sempre più irrilevanti le risorse di peggiore qualità.

Mentre la Cina avanza con impeto sulla mobilità elettrica, le batterie e le rinnovabili, colpisce vedere gli Stati Uniti in piena strategia regressiva, a partire dall’accanimento sul pessimo petrolio venezuelano. Come scrissi qui nove anni fa, a Pechino non par vero di confrontarsi con un avversario che si ritira dalla partita decisiva.

Resta una domanda cruciale: l’Europa è interessata a uscire dal tunnel petrolifero, in fondo al quale c’è solo un muro?

 

 

Foto di copertina: pixabay.com

Nicola Armaroli
Nicola Armaroli
Nicola Armaroli, direttore di Sapere dal 2014, è dirigente di ricerca del CNR e membro della Accademia Nazionale delle Scienze (detta dei 40). Lavora nel campo della conversione dell’energia solare e dei materiali luminescenti e studia i sistemi energetici nello loro complessità. Ha pubblicato oltre 250 lavori scientifici, 12 libri e decine di contributi su libri e riviste. Ha tenuto conferenze in università, centri di ricerca e congressi in tutto il mondo ed è consulente di varie agenzie e società internazionali, pubbliche e private, nel campo dell’energia e delle risorse. Ha ottenuto vari riconoscimenti tra cui la Medaglia d’Oro Enzo Tiezzi della Società Chimica Italiana e il Premio per la Chimica Ravani-Pellati della Accademia delle Scienze di Torino. È un protagonista del dibattito scientifico sulla transizione energetica su tutti i mezzi di comunicazione (v. qui).
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