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15 Dic 2025

Intelligenza artificiale: non siamo pronti

Nicola Armaroli

Nicola Armaroli
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Al volgere del primo quarto di secolo, non sono molte le persone (a cominciare da me) che sappiano in dettaglio che cosa sia e come funzioni l’intelligenza artificiale (IA). È molto probabile però che chi ha meno di 70 anni abbia interrogato almeno una volta ChatGPT o strumenti simili, stupendosi del risultato. Se ne ha meno di 25, è possibile che ormai ne faccia un uso compulsivo.

Indipendentemente dall’età, è quasi certo che tante persone siano convinte che l’IA sia soltanto ChatGPT e che consumi una quantità mostruosa di energia. Entrambe le convinzioni sono sbagliate. IA è molto di più di un’applicazione di conoscenza generativa: è ormai un potente strumento utilizzato in diversi settori, tra cui manifattura, finanza, logistica, trasporti, medicina, consulenza legale e molto altro. D’altro canto, è certamente vero che IA aumenterà la domanda elettrica, ma si tratta di un incremento modesto rispetto alla crescita globale dei consumi indotta dall’elettrificazione del sistema energetico: riscaldamento, raffrescamento, trasporti, industria. Ho rinunciato però a contrastare questo caso esemplare di notizia gonfiata. I giornalisti ne sono rimasti affascinati e il pubblico l’ha accolta con entusiasmo: impossibile correggere la rotta, nell’epoca dell’informazione istantanea e globale.

 

IA: la gallina dalle uova d’oro?

Siamo appena agli albori dell’IA, ma gli investimenti nel settore sono enormi, anche perché molti la considerano la gallina dalle uova d’oro capace di ridare slancio alle economie mature dei Paesi più ricchi. La frenesia è tale che il rischio di una bolla speculativa non è remoto: la sua eventuale esplosione potrebbe essere molto dolorosa. Restano poi in gran parte un’incognita i modelli imprenditoriali e commerciali in grado di generare gli enormi introiti di cui si favoleggia. Anche la stessa sostenibilità economica di un’impresa basata sui chip – tecnologie a obsolescenza rapidissima – non è scontata. Come sempre, la corsa alla nuova tecnologia sarà un tritacarne che produrrà vincitori e vinti. Questa volta, però, la partita è radicalmente diversa: vincitori e vinti non resteranno confinati in un singolo settore economico o industriale. L’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro sarà così pervasivo da incidere, direttamente o indirettamente, sulla vita di tutti.

Per capire che dobbiamo muoverci adesso, non serve tirare in ballo la tanto citata superintelligenza, quella più intelligente del più geniale degli esseri umani, capace di ragionare, creare e perfino migliorarsi da sola. In quello scenario, che sembra idilliaco ma forse non lo è affatto, ognuno potrebbe avere un assistente personale robotizzato capace di rendere molto più agevole la vita quotidiana. E ogni azienda potrebbe assumere un ingegnere più brillante di Leonardo da Vinci, sfornando soluzioni e prodotti vincenti a ritmo incessante.

 

IA e ricerca

Venendo alla mia esperienza personale – vita quotidiana, non scenari futuribili – debbo prendere atto del fatto che il lavoro del ricercatore è già profondamente cambiato, grazie all’intelligenza artificiale. Recentemente, in una sessione di valutazione di progetti multimilionari di ricerca (all’estero, ovviamente) ci siamo trovati di fronte a proposte sorprendentemente simili, come se fossero state scritte dalla stessa persona. O meglio: dalla stessa macchina. All’improvviso, un gruppo di 14 scienziati di 14 Paesi diversi, tutti con una lunga esperienza sul campo, si è trovato davanti a un dilemma mai affrontato prima. Per ragioni di riservatezza non posso raccontare com’è finita, ma vi garantisco che è stata dura, anche psicologicamente. Negli ultimi mesi, si parla ormai sempre più spesso di utilizzare l’intelligenza artificiale anche nella valutazione stessa dei progetti di ricerca. E allora sorge una domanda da far tremare i polsi: se uno scienziato può ormai farsi scrivere un’idea progettuale da un computer e se la valutazione può essere affidata a un algoritmo, a cosa servirà lo scienziato? Avrà ancora senso premiare individui per la loro creatività e il loro contributo al progresso umano, dal Nobel in giù?

Gli interrogativi si aprono su tutti i fronti professionali: come cambierà il lavoro dell’insegnante? A cosa servirà un impiegato della Agenzia delle Entrate, del Catasto o dell’Archivio di Stato? Se posso utilizzare un computer più intelligente di Brunelleschi che futuro si prospetta per geometri, progettisti e architetti?

 

Che futuro ci aspetta?

Tornando all’esperienza personale, va riconosciuto che già oggi possiamo trarre benefìci concreti dalla IA. Per decenni, correggere testi – tesi di laurea e di dottorato oppure bozze di articoli scientifici – è stato anche un noiosissimo esercizio di correzione della lingua italiana o inglese. Oggi, ogni studente può apparire improvvisamente come una sorta di professore di lingue e possiamo finalmente concentrarci solo sui contenuti, perché la forma è diventata ineccepibile. Fermo restando che, quando lo studente è veramente scarso e non rilegge criticamente quello che ha sfornato la IA, il risultato può essere disastroso. Almeno per ora…

Lasciando correre la fantasia, in un futuro non lontanissimo potremmo assistere a progressi inattesi nel campo delle tecnologie energetiche e della salute, capaci di migliorare la nostra civiltà e la qualità della nostra vita. Anche la possibilità di avere robot che svolgano le mansioni più pesanti – e senza rivendicazioni sindacali – non è più così remota. C’è persino chi immagina un domani in cui lavorare non sarà più necessario: un’idea allettante sulla carta, ma con conseguenze economiche, sociali e persino psicologiche tutt’altro che trascurabili. E non va dimenticato che la prospettiva di robot umanoidi dotati di intelligenza artificiale apre scenari inquietanti su come potrebbero essere le guerre del futuro.

Confesso che sono preoccupato. La percezione generale di quello che sta accadendo – e potrebbe accadere – con l’intelligenza artificiale è drammaticamente insufficiente. E anche nella classe dirigente la consapevolezza sembra alquanto scarsa. In queste settimane, il dibattito pubblico è stato monopolizzato dall’ipotesi di un confronto tra alcuni leader politici a una festa di partito. Nessuno, però — neppure per sbaglio — ha spiegato di cosa avrebbero voluto discutere.

L’IA è nelle mani di un manipolo di stramiliardari a capo di enormi aziende, cui stiamo consegnando un potere smisurato, ancora senza paletti e controlli. Forse è troppo chiedere a un politico che ne pensa dell’impatto della intelligenza artificiale sul mondo del lavoro. Ma potremmo almeno aspettarci che fosse preoccupato per le prospettive del suo lavoro.

Per ora, si parla d’altro. A quando la sveglia?

 

 

Immagine di copertina: AI genereted

Nicola Armaroli
Nicola Armaroli
Nicola Armaroli, direttore di Sapere dal 2014, è dirigente di ricerca del CNR e membro della Accademia Nazionale delle Scienze (detta dei 40). Lavora nel campo della conversione dell’energia solare e dei materiali luminescenti e studia i sistemi energetici nello loro complessità. Ha pubblicato oltre 250 lavori scientifici, 12 libri e decine di contributi su libri e riviste. Ha tenuto conferenze in università, centri di ricerca e congressi in tutto il mondo ed è consulente di varie agenzie e società internazionali, pubbliche e private, nel campo dell’energia e delle risorse. Ha ottenuto vari riconoscimenti tra cui la Medaglia d’Oro Enzo Tiezzi della Società Chimica Italiana e il Premio per la Chimica Ravani-Pellati della Accademia delle Scienze di Torino. È un protagonista del dibattito scientifico sulla transizione energetica su tutti i mezzi di comunicazione (v. qui).
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