Nel 79 d.C. un’eruzione del Vesuvio distrusse Pompei, travolgendo gli edifici e le vite di molti abitanti. A partire dal XVI secolo la città venne gradualmente riscoperta attraverso lavori di scavo prima sporadici e poi sempre più sistematici.
Oggi agli strumenti dell’archeologia si aggiungono quelli della biologia molecolare, che ci consentono di capire sempre di più sulla cultura e la vita degli antichi pompeiani.
Una nuova scoperta tra i calchi di Pompei
L’esempio più recente viene da uno studio pubblicato su Current Biology e incentrato sull’analisi del DNA antico. Con questo termine si indica materiale genetico risalente a periodi più o meno lontani nel tempo, generalmente esposto a condizioni ambientali di ogni tipo e pertanto rovinato e difficile da studiare. Il gruppo che ha condotto la ricerca, a cavallo fra università italiane e statunitensi, è riuscito a estrarre e studiare il DNA proveniente dai calchi di cinque individui rimasti uccisi nell’eruzione, scoprendo novità inaspettate su alcuni di loro.
I calchi dei corpi delle vittime, realizzati a partire dal 1863 dall’archeologo Giuseppe Fiorelli e dai suoi successori, sono infatti fra i reperti più famosi del sito e non mancano mai di generare commozione nei visitatori. Questo soprattutto grazie alle loro storie personali, a volte molto toccanti, raccontate con passione dalle guide. Ricostruire queste storie, però, non è semplice.
Per preparare i calchi era necessario colare gesso all’interno delle cavità lasciate dai corpi nella cenere compattata, dopo aver rimosso le ossa per facilitare il processo. Inoltre, i calchi stessi sono stati talvolta ritoccati in base al gusto estetico dell’epoca. Questo ha causato una grande carenza di dati anatomici e ha reso necessario utilizzare indizi di altro tipo per risalire, per esempio, al sesso delle vittime.
Il DNA della casa “del braccialetto d’oro”
Fra i calchi più noti ci sono quelli della cosiddetta casa “del braccialetto d’oro”: si tratta di un bambino e una figura adulta, che indossava un piccolo bracciale in oro, rinvenuti vicini. La presenza di un ornamento e di un bambino hanno fatto sì che tradizionalmente la figura adulta fosse associata a un’immagine femminile e materna, e dunque ritenuta una donna.

Proprio lo studio del DNA antico ha permesso di verificare la fondatezza di queste e altre interpretazioni tradizionali, con risvolti inaspettati. I risultati mostrano che l’individuo adulto, che indossava il bracciale ed era accanto al bambino, in realtà era un uomo, non una donna come si credeva. Inoltre tutti gli individui studiati avevano caratteristiche genetiche vicine a quelle di popolazioni mediorientali e uno di loro aveva probabilmente la pelle scura.
Questo è un dato interessante dal punto di vista non solo scientifico, ma sociale. Per usare le parole degli autori: «Oltre a sottolineare il cosmopolitismo e la mobilità che hanno plasmato le popolazioni urbane romano-imperiali, questo studio illustra quanto possano essere inaffidabili le narrazioni basate su prove limitate, che spesso riflettono la visione del mondo dei ricercatori dell’epoca».
Indagare sempre di più con i nuovi strumenti a disposizione della scienza ci aiuterà a raccontare meglio le storie di queste persone e forse, un po’, anche la nostra.
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