Che cosa mangiavano davvero gli abitanti di una delle prime popolazioni urbane della storia? E come venivano allevati gli animali in una città fatta soprattutto di persone “comuni”? A queste domande risponde un recente studio pubblicato su PNAS, frutto del lavoro di un team internazionale coordinato dalla Sapienza di Roma, in collaborazione con il Museo delle Civiltà di Roma, l’Università di Melbourne e il Géosciences Environnement Toulouse.
Gli abitanti di Abu Tbeirah
La ricerca si concentra su Abu Tbeirah, una città della Mesopotamia meridionale risalente al III millennio a.C., nell’attuale Iraq. Non era una metropoli monumentale come Ur o Uruk, ma proprio per questo rappresenta un osservatorio privilegiato sulla vita quotidiana: quella della maggioranza della popolazione, raramente raccontata dalle fonti scritte, che tendono a riflettere il punto di vista delle élite. Qui, i ricercatori hanno analizzato denti umani e animali rinvenuti durante gli scavi, trasformandoli in “capsule del tempo” biologiche.
Una dieta semplice
I risultati delineano una dieta semplice ma ben strutturata: gli abitanti erano onnivori, ma basavano la loro alimentazione soprattutto sui cereali, mentre la carne veniva consumata in quantità limitata. Questo dato è coerente con una comunità non elitaria. Più sorprendente è invece la quasi totale assenza di pesce marino, nonostante la vicinanza alla costa antica: un elemento che invita a riconsiderare il rapporto tra ambiente e pratiche alimentari, forse influenzate da fattori culturali, economici o logistici.
Cosa mangiavano i bambini?
Analizzando lo smalto dentale, inoltre, gli studiosi sono riusciti a ricostruire anche le prime fasi della vita, offrendo una rara finestra sull’infanzia. I dati, in linea con le fonti scritte, indicano che i bambini venivano allattati e poi introdotti gradualmente a cibi solidi come cereali e latte animale.
L’allevamento animale
Un ulteriore elemento riguarda l’allevamento animale. Le evidenze suggeriscono pratiche a bassa intensità, probabilmente su scala familiare, orientate più alla sussistenza che alla massimizzazione della produzione. Tuttavia, questa interpretazione merita cautela: fattori come la gestione collettiva delle risorse, eventuali sistemi redistributivi o vincoli ambientali potrebbero aver giocato un ruolo altrettanto importante. In altre parole, ciò che appare come “semplice sussistenza” potrebbe nascondere una realtà economica e sociale più complessa.
Un archivio di… denti
Dal punto di vista metodologico, lo studio introduce un approccio innovativo in Mesopotamia, dove il clima arido e i terreni salini tendono a distruggere il collagene, rendendo difficili le analisi isotopiche tradizionali. Per superare questo limite, i ricercatori hanno utilizzato gli isotopi di zinco nello smalto dentale, insieme a quelli di carbonio e ossigeno. Poiché i denti resistono molto bene alla degradazione, diventano archivi preziosi di informazioni, anche in contesti ambientali ostili.
Questa ricerca non ci dice solo cosa mangiavano gli abitanti di Abu Tbeirah, ma invita anche a riconsiderare alcune idee date per scontate: quanto era davvero “semplice” la vita delle popolazioni non elitarie? E fino a che punto possiamo dedurre l’organizzazione sociale a partire dalla dieta?
Riferimenti bibliografici:
Giaccari et al., “When collagen fails: Zinc isotopes unlock Sumerian lifeways in southern Mesopotamia”, PNAS, 2026, 123, 11.
Immagine di copertina: dettagli dallo scavo di Abu Tbeirah. In foto, da sinistra, Franco D’Agostino, Stefano Caruso, Licia Romano, Abdulameer al-Hamdani e il team della missione archeologica.