La scienza contro il dogma: da Galileo alle riviste Science e Nature
Scrivo da Pisa, la città di Galileo. In realtà Pisa non sembra la patria di Galileo, visto che allo scienziato è dedicato l’aeroporto e poi, in obbedienza alla locuzione latina Nemo propheta in patria, Galileo scompare letteralmente in città, dove solo in tempi relativamente recenti si sono ricordati di lui con un murales vicino alla stazione e una statua in Borgo Stretto (ma in compenso la Domus Galilaeana da almeno una quindicina d’anni versa in condizioni di abbandono ed è ospitata in un edificio a oggi inagibile).
Perché Galileo? Perché è l’esempio paradigmatico di una scienza che faticava a emergere a causa di un pensiero dogmatico, nella fattispecie: quello della Chiesa.
La situazione, al di là dell’oceano, oggi, negli Stati Uniti, con i dovuti distinguo, sembra essere quella che qui avemmo quasi quattro secoli fa esatti (l’abiura di Galileo è del 1633). Il carattere di novità è dato da un oscurantismo di tipo laico e quindi più difficilmente inquadrabile: l’ascesa al potere di Donald Trump e dei suoi sodali ha prodotto effetti che non immaginavamo. O forse ce li potevamo immaginare pensando al fatto che negli Stati Uniti solo in tempi recenti, secondo le statistiche, la percentuale delle scuole nelle quali si insegna il creazionismo è diminuita, mentre la Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che l’insegnamento di questa “disciplina” nelle scuole pubbliche è incostituzionale, in quanto viola la separazione tra Chiesa e Stato. Tuttavia alcuni Stati come il Tennessee e la Louisiana hanno promulgato leggi che incoraggiano la discussione di teorie alternative all’evoluzione nelle classi di scienze, aprendo la possibilità all’insegnamento del creazionismo.
Fatto sta che negli ultimi giorni abbiamo assistito alla presa di posizione pubblica di alcune prestigiosissime riviste scientifiche sul “bavaglio” che l’attuale amministrazione intende applicare alla scienza. Il 24 febbraio scorso l’editoriale di H. Holden Thorp, Come together, right now pubblicato su Science, affrontava l’attuale crisi della comunità scientifica statunitense sotto l’amministrazione Trump. Il caos, le informazioni contrastanti, i licenziamenti e la retorica dannosa hanno generato ansia e preoccupazione tra gli scienziati, sia negli USA che a livello internazionale.
Thorp sottolinea che, nonostante le differenze di opinione su come proteggere la scienza, esistono princìpi fondamentali che uniscono tutti i ricercatori: evidenza, indipendenza, processo e inclusione.
Vari enti scientifici, come l’AAAS (American Association for the Advancement of Science) e l’AAMC (Association of American Medical Colleges), stanno reagendo con prese di posizione pubbliche e azioni legali contro le decisioni governative dannose per la ricerca. Molti accademici ritengono che la risposta delle istituzioni scientifiche sia insufficiente, ma Thorp invita alla fiducia nei leader del settore, evidenziando che la loro strategia si basa su un delicato equilibrio tra azione e cautela.
Infine, l’editoriale esorta la comunità scientifica a rimanere unita e a difendere i valori fondamentali della scienza, senza cedere alle pressioni politiche. Le riviste del gruppo a cui Science appartiene manterranno l’integrità e l’indipendenza nella diffusione delle conoscenze.
Il giorno successivo Nature ha rincarato la dose: Trump 2.0: an assault on science anywhere is an assault on science everywhere. La denuncia qui parte dall’attacco senza precedenti dell’amministrazione Trump alla scienza negli Stati Uniti. Dopo un mese dal suo insediamento, Trump ha firmato ordini esecutivi che hanno congelato o cancellato decine di miliardi di dollari destinati alla ricerca e all’assistenza internazionale, causando licenziamenti di massa e restrizioni sui temi di studio. Le agenzie federali e le università sono in crisi, con migliaia di ricercatori in attesa di sblocco dei fondi. Tagli drastici colpiscono istituzioni come i National Institutes of Health (NIH) e la Environmental Protection Agency (EPA), mentre gli USA si ritirano da accordi internazionali cruciali, inclusi l’Accordo di Parigi e l’Organizzazione Mondiale della Sanità. L’editoriale critica anche l’abolizione delle politiche di diversità, equità e inclusione, e il blocco dei finanziamenti a studi su sesso e genere, considerati “ideologia estrema” dalla Casa Bianca. Nature esorta infine la comunità scientifica globale a reagire, denunciando queste azioni e sostenendo i colleghi statunitensi, e afferma che chiudere la ricerca non è una soluzione: il mondo deve difendere l’indipendenza della scienza.
Stand Up for Science
La rivista ha fornito – e fornisce – inoltre aggiornamenti sull’andamento dell’iniziativa di protesta (Stand Up for Science) sia sulla sua newsletter, sia sui social media come Bluesky (alternativa a X, come sappiamo di proprietà di Musk).
Solo qualche giorno fa, il 7 marzo 2025, migliaia di ricercatori e sostenitori della scienza hanno manifestato in oltre 30 città negli Stati Uniti e in Europa contro le politiche dell’amministrazione del Presidente Donald Trump, che prevedono tagli significativi al personale scientifico e ai finanziamenti per la ricerca.
L’iniziativa Stand Up for Science è nata in risposta ai licenziamenti di massa in agenzie scientifiche statunitensi, che hanno coinvolto settori come la sicurezza nucleare, la sorveglianza dell’influenza aviaria e le previsioni/sorveglianza meteorologica per gli eventi estremi. Anche se in alcuni casi l’amministrazione ha tentato di riassumere il personale dopo le proteste pubbliche, le manifestazioni hanno visto la partecipazione di scienziati preoccupati per l’impatto di questi tagli sulla ricerca e sulla società. Ad esempio, a Washington D.C., i manifestanti hanno marciato dal National Mall fino al Campidoglio, esibendo cartelli con slogan come “La scienza non è un’opinione” e “Salviamo la ricerca, salviamo il futuro”.
La risposta europea alla politica di Trump
E da questa parte dell’oceano?
In Francia, Marie Walde, biofisica presso la Stazione Biologica di Roscoff, ha partecipato a una manifestazione e ha dichiarato: «In solidarietà con i nostri colleghi negli Stati Uniti, ricercatori e cittadini in tutta la Francia stanno protestando oggi per la scienza e la conoscenza come bene pubblico» e il quotidiano Le Monde il 4 marzo ha dato voce al settore della ricerca francese in cui si manifestano in sostanza le stesse preoccupazioni che accomunano tutti sull’operato dell’amministrazione statunitense (‘Let’s defend science against anti-knowledge efforts’).
Sempre il 4 marzo qui in Italia, il Consiglio Nazionale delle Ricerche ha promosso un invito indirizzato al proprio personale, per il tramite del suo consiglio scientifico, a sottoscrivere un appello di solidarietà ai colleghi statunitensi nel quale si manifesta una preoccupazione diffusa per lo smantellamento di presidi scientifici che hanno a che fare spesso con la sicurezza sociale (siti in cui si trattano materiali nucleari o di monitoraggio epidemico).
In generale le proteste sottolineano la crescente preoccupazione della comunità scientifica internazionale riguardo alle politiche che minacciano l’integrità e l’indipendenza della ricerca scientifica. I manifestanti chiedono un’inversione di queste decisioni e un maggiore sostegno alla scienza come pilastro fondamentale per il progresso e il benessere globale.
In Inghilterra invece accade un caso singolare, quello della ricercatrice emerita Dorothy Bishop, neuropsicologa dello sviluppo (della cui storia sono venuto a conoscenza grazie a questo post sul blog della Società di Chimica Italiana). La Bishop ha deciso di rassegnare le sue dimissioni dalla prestigiosissima e autorevolissima Royal Society. Lo ha fatto in segno di protesta e ne spiega i motivi (sul suo blog, più in dettaglio) raccontando che già le elezioni a membro della società di Elon Musk avevano lasciato una scia di perplessità in molti componenti della prestigiosa istituzione: Musk è stato eletto membro della Royal Society nel 2018 per i suoi contributi tecnologici e non per meriti scientifici, come di norma accade. Ma se la cosa all’inizio poteva anche essere tollerata, tuttavia, negli anni successivi, Musk ha utilizzato il suo potere economico e mediatico per diffondere disinformazione, promuovere teorie del complotto sui vaccini e minimizzare la crisi climatica.
A quel punto, nell’estate del 2024, 74 membri della Royal Society hanno inviato una lettera al presidente dell’istituzione, esprimendo preoccupazione per il comportamento di Musk e mettendo in dubbio la sua idoneità come membro, ma l’istituzione, anziché valutare attraverso le proprie norme statutarie il da farsi, ha consultato un legale – che, come sostiene la Bishop, “normalmente, visto che lo paghi, ti dice quello che vuoi sentirti dire” – concludendo che Musk non aveva violato il loro codice di condotta e quindi può continuare a essere membro della Royal Society. La decisione ha ovviamente deluso molti membri, inclusa la Bishop, che ha deciso di dimettersi sentendosi a disagio nel condividere l’appartenenza alla Royal Society con qualcuno che considera una minaccia per la scienza e la democrazia.
C’è una morale in tutto questo? Non lo so, ma posso dire che anche laddove si pensa di aver raggiunto, consolidato, condiviso e acclarato delle posizioni sulle quali ci dovrebbe essere un consenso generale e diffuso, niente viene “gratis”. Bisogna sempre stare vigili, bisognerebbe “prevenire” educando, facendo cultura, che è l’unico vero antidoto a ogni forma di oscurantismo. La ricetta è sempre la stessa, ma ogni volta richiede lo sforzo di essere applicata al meglio.
Foto di copertina: AFGE – Wikimedia