La situazione in Cina
Se in Cina cerchi di collegarti a Google, compare una rotellina che gira su schermo bianco. È un modo efficace per ricordarti che sei in un Paese a libertà limitata. Quindi la Cina non è il posto in cui vorrei vivere, ma è un Paese con cui dobbiamo fare i conti, ci piaccia o meno.
Oggi la Cina domina nella produzione di tecnologie rinnovabili e batterie. Può sembrare stravagante, ma la ragione è una cattiva sorte geologica: priva di grandi giacimenti di idrocarburi, deve importare il 70% del petrolio e il 40% del gas che consuma. Agli inizi del XXI secolo, la dirigenza cinese decise di non cadere nella trappola in cui ci siamo infilati da decenni noi europei, ovvero una dipendenza patologica dalle importazioni di idrocarburi. Nella prospettiva, ancora lontana, della fine dell’èra del petrolio e del gas, i cinesi misero in moto la macchina per diventare la superpotenza energetica del futuro puntando su alta formazione, ricerca, approvvigionamento di materie prime, produzione industriale.
Sul fronte del carbone, la geologia è stata invece molto generosa con la Cina. Il Paese dispone di enormi riserve e ne fa largo uso: oltre la metà del consumo mondiale annuo è attribuibile a Pechino. Continuano a costruire centrali a carbone, ma il tasso medio di utilizzo degli impianti è sceso sotto il 50%. Il picco di consumo del carbone è vicino, mentre cresce enormemente la produzione eolica e fotovoltaica: +112% e +220%, rispettivamente, tra il 2020 e il 2024. Oggi, in Cina, sole e vento forniscono – ciascuno – più del doppio dell’elettricità fornita dal nucleare, mentre tutte le rinnovabili insieme (acqua, vento, sole) producono quanto il carbone. Il mercato dell’auto è per oltre il 50% su modelli elettrificati e le raffinerie di petrolio cominciano a chiudere. L’elettrificazione degli usi finali è vicina al 30%, mentre UE e USA arrancano appena sopra il 20%. Il messaggio è chiaro: non potendo essere un petro-Stato, la Cina mira a diventare un elettro-Stato.
La controrisposta americana
Siamo agli inizi di un reset geopolitico senza precedenti in campo energetico; lo ha ben capito l’amministrazione USA che si è lanciata, in patria e all’estero, in una martellante campagna anti-rinnovabili. La lobby Oil & Gas che ha sponsorizzato la rielezione di Donald Trump è fragorosamente entrata in campo, dopo aver cacciato dalla Casa Bianca la persona che più ha messo in discussione il loro modello di business: Elon Musk. Cosa ci facesse Musk in questa compagnia resta un mistero, ma indubbiamente i suoi deliri social e i suoi miliardi sono stati utili alla causa.
Per contenere l’ascesa della superpotenza electrotech rinnovabile cinese si sta saldando un asse di petro-Stati capeggiato da Stati Uniti, Russia e Arabia Saudita. I primi avrebbero tutte le risorse umane e materiali – e l’interesse economico – per guidare la transizione, ma debbono fare i conti, al proprio interno, con la più potente lobby economico-industriale di sempre, che si oppone strenuamente al cambiamento di modello energetico. Per Russia e Arabia Saudita, invece, la fine degli idrocarburi è semplicemente un incubo da scacciare a tutti i costi.
E l’Europa che fa?
Da un lato l’UE non rigetta gli obiettivi di transizione energetica, dall’altro promette agli Stati Uniti enormi acquisti di gas e petrolio. È diffidente nei confronti della Cina, nel timore di nuove dipendenze. Tende però a dimenticare che la dipendenza dai petro-Stati (spesso non fulgidi esempi di democrazia e tolleranza) ci condanna all’incertezza e alla debolezza.
Per proteggerci dalla Cina “che distrugge l’industria automobilistica europea” abbiamo messo i dazi sulle auto elettriche cinesi. Loro, gente pratica, stanno invadendo l’Europa di auto termiche. Un capolavoro: l’elettro-Stato offre la nostra testa su un piatto d’argento ai petro-Stati.
Prendere legnate da tutte le parti fa male. C’è un unico modo per uscire vivi dal cambiamento epocale in corso: diventare elettro-Stati. Da lì passa tutto lo tsunami in arrivo: intelligenza artificiale, robotica, mobilità sostenibile.
Possiamo anche decidere di stare fermi e continuare a lamentarci, se miriamo all’irrilevanza industriale. Ma sfrutterei meglio la lezione della cattiva sorte geologica cinese, che ci accomuna.