Sapere Scienza

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NEWS - Mente & Cervello

Siete per la strada e state camminando, magari velocemente. Sentite i motori di auto e motociclette che ruggiscono, il tintinnio di tazzine e cucchiaini che proviene dal lavabo di un bar, il chiacchierare di un gruppo di persone incontratesi nella piazza. Tra quelle voci, a un certo punto, ne riconoscete una e riuscite senza alcun problema a isolarla e a capire che si tratta di un'amica. Come avete fatto a percepirla nonostante tutti quei suoni, rumori, e le parole degli altri che giungevano alle vostre orecchie? Vi sapranno rispondere i ricercatori del Columbia's Mortimer B. Zuckerman Mind Brain Behavior Institute.

La paura è un'emozione forgiata dall'evoluzione. È antica e ci ha insegnato a difenderci. Portata agli eccessi, nei tempi moderni, si è trasformata anche in patologia: conosciamo tutti il significato di disturbi dell'ansia e stress post-traumatico. Esistono nel nostro cervello degli interruttori per spegnere la paura "a comando"? Se sì, dove si trovano e come funzionano? Sono le domande a cui hanno iniziato a rispondere i ricercatori della fondazione scientifica basca Ikerbasque, in collaborazione con l'istituto italiano NICO (Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi) dell'Università di Torino e altri centri spagnoli, tedeschi e francesi. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Neuron.

Da anni gli scienziati si interrogano sul legame tra ricordi e odori. In letteratura Marcel Proust, scrittore francese vissuto a cavallo dell'Ottocento e Novecento, nel suo romanzo "Alla ricerca del tempo perduto", aveva già parlato di questa connessione. Il profumo (e il sapore) di una briciola di madeleine inzuppata nel tè evocavano un ricordo inaspettato nel narratore. L'olfatto sembra possedere particolari capacità. Un gruppo di scienziati ha recentemente dimostrato che gli oli essenziali riescono a esercitare un effetto antidepressivo su topi.

Immaginate di essere nel ristorante di Heston Blumenthal, chef inglese stellato. Vi servono il piatto che potete vedere nell'immagine che accompagna questo articolo. Un mandarino con una fetta di pane abbrustolito. Se vi piacciono gli agrumi state già immaginando di aprirlo, sentirne l'aroma, gustarne i piccoli spicchi dolci e aspri allo stesso tempo. Se non conoscete le opere culinarie e la storia di questo cuoco, la vostra aspettativa sarà quella di apprestarvi a mangiare un frutto e quello che succederà in seguito potrà farvi detestare una portata di alta cucina. Secondo gli studi di alcuni ricercatori, le nostre aspettative sono in grado di plasmare e velocizzare le percezioni. Cerchiamo di capire insieme di cosa si tratta e, alla fine, vi sveleremo anche il segreto del mandarino di Blumenthal.

Sarà questa la persona giusta per me? Dovrei comprare casa? Sarà il caso di assumere questa medicina? Prendere decisioni difficili, scelte strategiche, coinvolge diversi fattori, alcuni dei quali entrano in gioco in tempi diversi. Spezzettiamo il problema in una serie di decisioni più piccole. Questo processo gerarchico è diretto quando la sequenza porta alla conclusione desiderata ma, quando ciò non accade, è molto difficile per noi capire cosa sia andato storto. Una nuova ricerca, pubblicata su Science, ha tentato di comprendere come il nostro cervello ragioni sulle possibili cause di fallimento dopo una decisione gerarchizzata.

È sorprendente pensare ai lunghissimi viaggi affrontati dagli uccelli migratori. Una delle curiosità più ricorrenti riguarda il modo in cui si orientano per giungere a destinazione. Come faranno questi instancabili volatili a percorrere chilometri e chilometri, riuscendo a capire dove andare per arrivare presso la meta prefissata. Tra i trucchi di questi animali c'è la magnetoricezione, la capacità di percepire il campo magnetico terrestre per orientarsi. Nel corso di anni di ricerca si è scoperto che questa abilità appartiene anche ad altri esseri viventi. E l'uomo? Da decenni si cerca di comprendere se anche noi essere umani possediamo questa sorta di bussola interna. Un recente studio, pubblicato su eNeuro, potrebbe aver tracciato la giusta strada per confermare questa ipotesi.

Sarà capitato anche a voi di avere una irrefrenabile voglia di cibo salato? Pizza, patatine, pop corn, panzerotti, arancine, solo per citarne alcuni. Può succedere a tutti, non solo alle donne in gravidanza, ed è il cervello che regola questo desiderio. Gli scienziati del Caltech hanno identificato i neuroni che stimolano e spengono la voglia di sale attraverso la sperimentazione in laboratorio sui topi. I risultati, pubblicati su Nature, costituiscono un inizio nella comprensione della regolazione del desiderio di sodio negli esseri umani.

Oggi si celebra la Giornata Mondiale della Lentezza e desideriamo festeggiare parlandovi di un animale simbolo: la lumaca. Con la sua casa sulle spalle si muove pian piano alla ricerca di cibo. Sembra però che, in particolari situazioni, si avventuri in sentieri mai percorsi, rischiando. È lo stimolo della fame a guidarla verso scelte alimentari pericolose. Un gruppo di ricercatori ha studiato questo comportamento da un punto di vista neurologico e ne ha tratto risultati utili anche nella comprensione delle risposte umane a condizioni di estrema difficoltà.

Poco più di un anno fa, durante il meeting dei National Institutes of Health dedicato alle implicazioni etiche delle neuroscienze, era stato descritto un esperimento svolto da un gruppo di ricercatori dell'Università di Yale: le teste di 32 maiali (Sus scrofa domesticus) erano state prelevate da un mattatoio ed erano state ripristinate le funzioni dei cervelli da esse estratti. L'articolo in cui è descritta la ricerca è stato ora pubblicato su Nature, ridestando la curiosità dei non esperti e i dubbi etici della comunità scientifica.

Siamo legati ai nostri ricordi, cerchiamo in tanti modi di migliorare la nostra memoria ma raramente parliamo dell'altra faccia della medaglia: il dimenticare. Scordare diviene una nostra preoccupazione solo in situazioni spiacevoli o anche drammatiche ma capire come il cervello rimuova parti di ciò che abbiamo appreso o di cui abbiamo avuto esperienza è l'obiettivo di molti ricercatori. Questo perché ricordare e dimenticare hanno mostrato di essere meccanismi strettamente legati e per descrivere l'uno non si può prescindere dall'altro. In un articolo pubblicato su Quanta Magazine è stato approfondito questo lato della ricerca nelle neuroscienze.

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