La scorsa settimana è stata un vero e proprio otto volante per Jeff Bezos e la sua compagnia spaziale Blue Origin, che in due giorni sono passati dal successo alla catastrofe.
L’annuncio della NASA
Martedì 26 maggio la NASA ha annunciato la decisione di affidare a Blue Origin il contratto per l’allunaggio di due lander della versione cargo di Blue Moon al fine di iniziare a trasportare materiale per la costruzione della base lunare, oltre a due veicoli per gli spostamenti degli astronauti che dovrebbero arrivare nel 2028. Un chiaro segno della fiducia della NASA che aveva ritenuto (almeno sul breve termine) Blue Origin più affidabile di SpaceX, il cui programma Starship è in notevole ritardo.
Sembrava quindi che Jeff Bezos fosse avviato a essere il primo miliardario “spaziale” a raggiungere la Luna, battendo Elon Musk, che era stato la prima scelta della NASA nel 2021. In effetti, Blue Origin, fondata due anni prima di SpaceX ma tenutasi relativamente in disparte, nell’ultimo anno ha guadagnato credibilità grazie al suo lanciatore pesante New Glenn, progettato per permettere il recupero e il riutilizzo del primo stadio.
I lanci di New Glenn
Dal suo debutto, a gennaio 2025, New Glenn è stato lanciato tre volte. L’unico lancio perfetto però è stato il secondo, che ha spedito strumentazione verso Marte dopo che il primo stadio era stato recuperato. Nel primo lancio, pur andato bene, il recupero non era riuscito, mentre nel terzo, che ha utilizzato il primo stadio del volo precedente, c’è stato un problema: il satellite di telecomunicazione non è stato inserito nell’orbita corretta e si è distrutto rientrando nell’atmosfera.
Il quarto lancio avrebbe dovuto mettere in orbita 48 satelliti della costellazione Amazon Leo che, nei piani di Bezos, dovrebbe iniziare a fornire il servizio di connessione internet a fine anno.
Il test di Cape Canaveral
Come da prassi, prima di un lancio di un vettore ancora relativamente nuovo, giovedì sera a Cape Canaveral si è svolto un test di accessione dei motori a razzo fermo; un test preparatorio, tant’è che i satelliti non erano ancora stati posizionati nell’ogiva. Un’esplosione catastrofica, tuttavia, ha distrutto il lanciatore e ha causato danni importanti alla rampa di lancio.
È questo l’aspetto più preoccupante perché, a differenza di SpaceX, che può contare su tre rampe di lancio per i suoi Falcon 9, oltre quelle per il lanciatore pesante Starship, Blue Origin ha una sola rampa di lancio; e ora, prima di riprendere i lanci occorrerà ricostruire la rampa, un processo non banale che può richiedere mesi di lavoro.
Questo significa che il programma della NASA annunciato due giorni prima, e da molti ritenuto difficilmente realizzabile a causa delle tempistiche troppo strette, è già obsoleto. Certamente Blue Origin non potrà lanciare il suo lander Blue Moon in autunno come previsto.
Le conseguenze dell’esplosione
L’amministratore della NASA Jared Isaacman ha espresso supporto a Blue Origin e lo stesso ha fatto il rivale spaziale Elon Musk, ma certo questo incidente causerà ritardi nel programma di ritorno alla Luna della NASA, a tutto vantaggio dei concorrenti cinesi.
L’incidente rallenterà anche la crescita della costellazione Amazon Leo: ora più che mai deve sperare nella FCC (Federal Communications Commission) per avere un’estensione della scadenza di luglio per il popolamento della costellazione, già in ritardo rispetto alla tabella di marcia. Infatti, quando gli operatori satellitari chiedono l’autorizzazione al lancio di una costellazione si devono impegnare a mettere in orbita una frazione dei satelliti previsti entro 5 anni. Amazon Leo ha avuto ritardi e ora, pur avendo comperato tutti i lanciatori sul mercato, non ha abbastanza lanci per arrivare neanche vicino al numero richiesto. Al momento ha in orbita 300 satelliti sui 1300 previsti entro la scadenza di luglio. Se la FCC non darà una proroga, Amazon Leo corre il rischio di perdere le preziosissime frequenze che le sono state assegnate e, insieme a loro, la possibilità di fare concorrenza a Starlink.
Immagine di copertina: Blue Origin New Glenn Launch – Wikimedia