Skip to main content

16 Set 2025

Tracce di vita su Marte? Cosa ha trovato davvero Perseverance

Patrizia Caraveo

Patrizia Caraveo
Leggi gli altri articoli

Home Rubriche Astronomia e spazio

Il rover Perseverance è ammartato nel cratere Jezero il 18 febbraio 2021. Il sito era stato scelto perché un tempo era un lago, e i sedimenti lungo il fiume che sfociava nel cratere erano un luogo promettente per cercare segni di vita passata su Marte. Sappiamo che non è un compito facile, dal momento che, anche sulla Terra, è molto difficile trovare i resti fossili di colonie batteriche.

 

Obiettivo: cercare segni di vita

Per poter svolgere il suo compito, il rover Perseverance è equipaggiato con strumenti che gli consentono di esaminare le rocce in modo molto dettagliato, dal punto di vista microscopico, chimico e strutturale.

Tuttavia, Perseverance ha trovato poche indicazioni interessanti fino al luglio 2024, quando ha studiato gli affioramenti di argillite e conglomerato della formazione Bright Angel, concentrandosi su una roccia di poco meno di 1 metro quadrato che è stata chiamata Cheyava Falls. La regione contiene abbondante argilla e limo, che sulla Terra sono noti per conservare tracce di vita microbica. Quando Perseverance ha analizzato le rocce, ha trovato carbonio organico, fosforo, zolfo e ferro ossidato. Nel loro insieme, queste sostanze chimiche potrebbero essere state una fonte di nutrienti per antichi microbi.

 

Fosfati, vivianite e greigite

In effetti, già l’anno scorso gli scienziati della NASA avevano notato questa roccia, perché mostrava caratteristiche che ricordavano ciò che i microbi avrebbero potuto lasciare quando, diversi miliardi di anni fa, questa zona era parte di un antico delta fluviale ed era calda e umida.

Ciò che ha attirato maggiormente l’attenzione sono stati i “semi di papavero”, ovvero macchie scure larghe pochi mm all’interno dell’argillite. Le macchie contengono vivianite, un minerale di fosfato di ferro. Poiché i fosfati rivestono una grande importanza biologica sulla Terra, la loro presenza è rilevante.

Sono anche state osservate strutture più grandi soprannominate “macchie di leopardo”, ovvero anelli scuri contenenti vivianite che circondano centri biancastri che includono greigite, un minerale di solfuro di ferro (si veda l’immagine di copertina).

Sulla Terra, la vivianite e la greigite si formano spesso nei depositi sedimentari dei laghi d’acqua dolce, degli estuari dei fiumi e delle paludi.

 

Organismi viventi o processi geologici?

«Questi sarebbero esempi di ambienti influenzati dai microbi, dove i microbi consumano la materia organica e producono questi minerali come sottoprodotto» ha affermato Joel Hurowitz, che firma per primo l’articolo pubblicato da Nature dove viene presentata un’indagine geologica, petrografica e geochimica dettagliata di queste rocce.

Nonostante l’interesse suscitato, bisogna aggiungere che questi minerali possono anche essere prodotti da reazioni chimiche che non coinvolgono organismi viventi. Tuttavia, negli esperimenti di laboratorio, le reazioni della greigite richiedono un riscaldamento a oltre 120 gradi e, finora, sembra che i minerali su Marte si siano formati a temperature più basse.

A completare il quadro, la roccia contiene anche composti organici, molecole con carbonio e idrogeno, che aggiungono ulteriore mistero. I composti organici sono gli elementi costitutivi della vita, ma anche questi possono essere prodotti da processi geologici che non hanno nulla a che vedere con la vita.

 

Un mistero da approfondire sulla Terra

Perseverance ha raccolto un campione della roccia e lo ha sigillato nell’apposito contenitore dove il materiale aspetterà di essere recuperato da una missione che lo riporti a terra insieme agli altri 20 campioni raccolti: il rover era stato progettato come il primo anello di una sequenza di missioni finalizzate al recupero del materiale marziano da analizzare in laboratori terrestri. È probabile però che l’attesa sarà lunga, visto che la complessa missione Mars sample return è stata cancellata dalla NASA perché troppo costosa. Magari le macchie di leopardo o i semi di papavero faranno cambiare idea all’agenzia.

 

Credit immagine: NASA/JPL-Caltech/MSSS

Patrizia Caraveo
Patrizia Caraveo
È Dirigente di Ricerca all'Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF). Dal 1997 è Professore a contratto dell’Università di Pavia, dove tiene il corso di Introduzione all’Astronomia. Astrofisica di fama mondiale, nel 2009 è stata insignita del Premio Nazionale Presidente della Repubblica. Come membro delle collaborazioni Swift, Fermi e Agile ho condiviso per tre volte con i colleghi il Premio Bruno Rossi della American Astronomical Society nel 2007, 2011 e 2012. Nel 2014 è entrata nella lista degli Highly Cited Researchers. Fa parte del Gruppo 2003 per la ricerca scientifica e delle 100 donne contro gli stereotipi. È Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Per Dedalo ha pubblicato Il cielo è di tutti (2020).
DELLO STESSO AUTORE

© 2025 Edizioni Dedalo. Tutti i diritti riservati. P.IVA 02507120729