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20 Lug 2026

Gli appunti di Galileo e il peso della tradizione

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Una recente scoperta archivistica ha riportato alla luce alcune annotazioni manoscritte attribuite a Galileo Galilei su una copia cinquecentesca dell’Almagesto, il grande trattato astronomico dell’antichità redatto da Claudio Tolomeo. Si tratta di note marginali e di un foglio sciolto inserito nel volume, probabilmente risalenti agli anni giovanili dello scienziato pisano. La notizia è interessante non tanto perché modifichi radicalmente ciò che sappiamo su Galileo, quanto perché illumina un aspetto spesso trascurato della sua formazione: il rapporto stretto e tutt’altro che superficiale con la tradizione astronomica precedente.

 

Il pilastro dell’astronomia

L’Almagesto rappresentava da oltre mille anni il pilastro teorico dell’astronomia. Tolomeo aveva elaborato un sistema matematico complesso, capace di descrivere i moti planetari assumendo la Terra al centro dell’Universo. Il modello era noto per la sua architettura sofisticata fatta di deferenti, epicicli ed equanti: costruzioni geometriche che permettevano di riprodurre con buona precisione le osservazioni astronomiche. Anche nel XVI secolo, alla vigilia della cosiddetta “rivoluzione scientifica”, l’astronomia tolemaica rimaneva dunque il principale punto di riferimento tecnico per chiunque volesse studiare seriamente il cielo.

 

Galileo, Copernico e Kepler

Le annotazioni appena identificate mostrano che anche Galileo, in gioventù, si dedicò a uno studio attento di questo apparato teorico. L’immagine diffusa dello scienziato come osservatore armato di telescopio che rompe bruscamente con il passato risulta quindi troppo schematica. Come spesso accade nella storia della scienza, la novità nasce anche da una conoscenza approfondita delle tradizioni precedenti. Non è un caso isolato: Niccolò Copernico, autore del modello eliocentrico, conosceva perfettamente Tolomeo; e lo stesso vale per Johannes Kepler, che lavorò a lungo all’interno della tradizione astronomica ereditata dal Medioevo.

 

Il rapporto con la tradizione

Questo punto merita di essere sottolineato perché tocca una questione storiografica più generale. Nel Novecento lo storico e filosofo della scienza Thomas S. Kuhn ha reso celebre la nozione di “rivoluzione scientifica”, indicando i momenti in cui un intero paradigma teorico viene sostituito da un altro. L’immagine suggerisce una rottura brusca con il passato. Gli studi storici recenti hanno però mostrato che anche le trasformazioni più profonde maturano quasi sempre all’interno delle tradizioni scientifiche esistenti. I nuovi modelli nascono da un confronto serrato con i sistemi teorici precedenti, che vengono studiati, rielaborati e progressivamente trasformati dall’interno. Lo studio dell’Almagesto da parte del giovane Galileo si inserisce precisamente in questa dinamica.

 

Le leggi del moto dei pianeti

C’è però un’altra dimensione della vicenda che rende il caso ancora più interessante. Galileo è spesso associato alla grande trasformazione dell’astronomia moderna, eppure non fu lui a introdurre il modello matematico che oggi riconosciamo come la vera svolta nella descrizione dei moti planetari. Questo passo fu compiuto da Kepler che, tra il 1609 e il 1619, formulò le tre leggi del moto dei pianeti. La più famosa stabilisce che le orbite planetarie non sono cerchi perfetti, come si era creduto per secoli, ma ellissi con il Sole in uno dei fuochi.

 

Kepler e Galileo: un rapporto epistolare

Eppure Galileo non adottò mai questo risultato. Anche nel Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo (1632), l’opera in cui difende il sistema copernicano, i moti planetari sono rappresentati ancora come circolari. Il dato è tanto più sorprendente se si considera che Galileo e Kepler erano in contatto epistolare e che quest’ultimo fu tra i primi a sostenere pubblicamente le osservazioni telescopiche galileiane dopo la pubblicazione del Sidereus Nuncius nel 1610.

Perché Galileo non fece proprie le leggi di Kepler?

Una parte della risposta riguarda probabilmente una differenza profonda di interessi scientifici. Kepler era prima di tutto un astronomo matematico, impegnato a ricostruire con precisione le orbite planetarie sulla base delle osservazioni di Tycho Brahe. Galileo, invece, si muoveva in un orizzonte diverso. Il suo lavoro era rivolto soprattutto alla nascente scienza del moto: lo studio della caduta dei gravi, dell’inerzia, della composizione dei movimenti. L’astronomia, per lui, rappresentava soprattutto il terreno su cui dimostrare la plausibilità del copernicanesimo, più che il campo in cui sviluppare modelli matematici dettagliati delle orbite.

C’era poi un’altra difficoltà. Le leggi di Kepler erano empiricamente convincenti, ma mancavano ancora di una solida giustificazione fisica. Lo stesso Kepler immaginava che i pianeti fossero mossi da una sorta di forza emanata dal Sole, talvolta descritta con analogie magnetiche. Per molti contemporanei – Galileo compreso – queste ipotesi potevano apparire speculative e poco rigorose. Solo molti decenni dopo Isaac Newton mostrerà che le orbite ellittiche derivano naturalmente dalla legge di gravitazione universale.

 

Il cerchio e l’ellisse

Naturalmente resta anche un elemento culturale più generale. Per oltre due millenni la cosmologia aveva associato il cielo alla perfezione del movimento circolare uniforme, un’idea che affondava le sue radici nella filosofia di Aristotele e che era stata ripresa dall’astronomia matematica di Tolomeo. L’introduzione delle ellissi rompeva con questa tradizione millenaria e appariva, almeno inizialmente, controintuitiva oltreché, in una certa misura, blasfema – se il cerchio è la figura perfetta e Dio è il “grande orologiaio” perché le orbite dovrebbero essere ellittiche?

 

La risoluzione del problema

Da questo punto di vista la storia presenta anche un curioso paradosso matematico. Il cerchio, simbolo classico di perfezione, non è altro che un caso particolare dell’ellisse: quello in cui i due fuochi coincidono. Ciò che per secoli era stato considerato la forma “perfetta” si rivela quindi una configurazione particolare di una famiglia geometrica più generale. Ma questa prospettiva diventerà davvero evidente solo con la sintesi newtoniana della fine del Seicento, quando le coniche – ellisse, parabola e iperbole – emergeranno come soluzioni diverse dello stesso problema dinamico.

 

L’insegnamento del passato

La piccola scoperta archivistica che ha riportato alla luce gli appunti di Galileo non cambia dunque la grande narrazione della “rivoluzione scientifica”, ma ci ricorda qualcosa che, pur ovvio nella sua esplicitazione, è nondimeno importante: le trasformazioni intellettuali più profonde non nascono nel vuoto. Anche gli innovatori più radicali si muovono all’interno di tradizioni di studio, strumenti matematici e problemi ereditati dal passato. Galileo stesso, prima di contribuire a cambiare il modo di guardare il cielo, aveva studiato con attenzione il grande libro che per secoli aveva insegnato agli astronomi come descriverlo.

 

 

Immagine di copertina: Gemini AI generated

Luciano Celi
Luciano Celi
Luciano Celi ha conseguito una laurea in Filosofia della Scienza, un master in giornalismo scientifico presso la SISSA di Trieste e un secondo master di I livello in tecnologie internet. Prima di vincere il concorso all'Istituto per i Processi Chimico-Fisici al CNR di Pisa, ha fondato con Daniele Gouthier una piccola casa editrice di divulgazione scientifica. Nel quinquennio 2012-2016 ha coordinato il comitato «Areaperta» (http://www.areaperta.pi.cnr.it), che si occupa delle iniziative di divulgazione scientifica per l'Area della Ricerca di Pisa ed è autore, insieme ad Anna Vaccarelli, della trasmissione radio «Aula 40» (http://radioaula40.cnr.it/). Nel giugno 2019 ha discusso la tesi di dottorato in Ingegneria Energetica.
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