Sapere Scienza

Sapere Scienza
Nicola Armaroli

Nicola Armaroli

Nicola Armaroli, direttore di Sapere dal 2014, è dirigente di ricerca del CNR a Bologna. Lavora nel campo della conversione dell’energia solare e dei materiali luminescenti; ha pubblicato oltre 200 lavori scientifici e 7 libri. Ha tenuto conferenze in università e centri di ricerca in tutto il mondo ed è consulente di varie agenzie internazionali, pubbliche e private, nel campo dell’energia e delle risorse. Con Vincenzo Balzani, è autore del best seller Energia per l’astronave Terra (Terza Edizione - L'era delle Rinnovabili, Zanichelli, 2017).

Il ritorno all'ora solare segna l'inizio dei tre mesi più bui dell'anno, un periodo che in genere ci piace poco, ma che non stravolge le nostre abitudini: la luce del sole lascia il posto all'illuminazione artificiale e la nostra vita continua come prima. Per millenni, invece, le attività giornaliere sono state regolate dai ritmi del sole: al tramonto, tutto si fermava. È indubbio che la sconfitta delle tenebre sia una delle principali conquiste della civiltà umana, anche se il passaggio dalla luce naturale a quella artificiale è ormai un dettaglio irrilevante della nostra giornata. Un dettaglio che però nasconde lati oscuri.

Esattamente dieci anni fa, nell'estate 2008, il petrolio raggiunse la quotazione più alta di sempre: 147 dollari al barile. Oggi, a distanza di un decennio, il greggio viene scambiato alla metà di quel valore record: 74 dollari. Non è stato un calo graduale: analizzando l'andamento del mercato petrolifero nell'ultimo decennio c'è da farsi venire un capogiro.

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Groningen è una città di 200.000 abitanti, situata nel nord dell'Olanda. Nel 1959 si scoprì che giaceva sul più grande giacimento di gas naturale del continente europeo, il nono al mondo: un colosso da almeno 2500 km3 di metano (il gas naturale viene comunemente denominato "metano", il componente principale della preziosa miscela di idrocarburi). Se il megagiacimento olandese fosse stato in Italia, avrebbe soddisfatto l'intero fabbisogno nazionale dal 1959 a oggi. Nel corso di 60 anni, i pozzi di Groningen hanno portato nelle casse statali circa 300 miliardi di euro, recando grande beneficio alla bilancia commerciale. Ma la storia non è a lieto fine, e gli olandesi hanno almeno due buoni motivi per chiedersi se il gas di Groningen sia stato davvero una benedizione.

Tempo fa sono stato invitato al convegno nazionale dell’Unione Giornalisti Italiani Scientifici. Consapevole del fatto che le posizioni negazioniste trovano ancora uno spazio importante nella stampa italiana, non mi sono lasciato sfuggire l’occasione per accendere il dibattito sui cambiamenti climatici. Ho utilizzato un metodo un po' brutale ma efficace, affermando che continuare a discutere se vi sia o meno la mano dell’uomo nel riscaldamento globale equivale a porsi il problema se la Terra gira intorno al Sole o viceversa. Apriti cielo! Gli animi si sono subito accesi, in pochi minuti sono spuntati fuori vecchi argomenti (un classico: le macchie solari) e nomi di “autorevoli scienziati” che negano il contributo dell’uomo al cambiamento del clima. Sono uscito da quell’infuocato dibattito molto soddisfatto.

Due settimane fa, in banca, ho assistito a una scena che nel suo piccolo racconta un mondo del lavoro che cambia inesorabilmente. Le postazioni che un tempo si chiamavano “cassa” erano vuote. L’unico dipendente della banca presente in sala (non più giovanissimo) stazionava davanti a una macchina che effettua prelievi e depositi. Con pazienza ammirevole, cercava di insegnare a un anziano signore come utilizzare la macchina. Guardando la scena, mi chiedevo chi dei due fosse più mortificato: il bancario che certificava la fine del suo lavoro o l’utente che vedeva svanire un servizio goduto per una vita intera.

 

La progressiva scomparsa degli operatori di sportello segue il destino di altre figure professionali che in questi anni sono state decimate: il benzinaio, il casellante autostradale, il venditore di dischi/CD/ DVD e molte altre. Questa estate attraversavo la campagna assieme alla mia mamma, 85 anni. A un certo punto mi ha chiesto: «Cos’è questo deserto? Dove sono i contadini? In luglio le nostre campagne dovrebbero essere piene di gente che lavora!». Ho provato a spiegarle che le cose sono molto cambiate in agricoltura, e da parecchio tempo.

 

I fattori che oggi scuotono il mondo del lavoro sono molteplici, ma due giocano un ruolo chiave: automazione e diffusione di un’informazione sempre più veloce e straripante. Quest’ultima è l’essenza di quella che viene indicata come economia digitale, e che forse sarebbe meno fumoso chiamare economia dell’informazione. Infatti è l’informazione, costantemente a portata di mano, che ha cambiato del tutto le regole del gioco. Dal commercio online, che mette a diretto contatto domanda e offerta di “cose”, fino alla cosiddetta gig economy, dove il lavoratore offre una serie di servizi, diventando imprenditore. Questi sviluppi aprono numerosi interrogativi che non hanno ancora risposta. Ad esempio, come si tutelano i diritti di lavoratori che spesso non hanno letteralmente un volto?

 

L’informazione è anche alla base dello sviluppo del cosiddetto machine learning. Un articolo pubblicato recentemente su Nature mostra che una macchina “istruita” con 129.000 immagini di lesioni della cute è in grado diagnosticare un tumore alla pelle con un livello di accuratezza non inferiore a quello di un dermatologo di grande esperienza. Ma anche qui gli interrogativi per il futuro non mancano: un bravo medico non sarà mai solo un notificatore di diagnosi.

 

Ho scoperto di recente che il termine economia digitale, pur inflazionato, non si è ancora guadagnato una voce italiana su Wikipedia. Esiste in armeno, serbo e vietnamita, ma non in italiano. Uno dei più potenti simboli della rivoluzione digitale - l’enciclopedia online che ha eliminato dalle nostre case lo scaffale con i volumi - sembra suggerire che forse non conosciamo e comprendiamo a sufficienza quello che sta accadendo nel mondo del lavoro. E ancor meno gli interrogativi che ne derivano.

 

Oggi lo studente spesso si interroga sulle prospettive di impiego: le certezze sono saltate, il posto fisso tende a scomparire. Molti ragazzi faranno un lavoro che oggi ancora non esiste, e abbiamo il dovere di dirglielo. Di sicuro, dovranno farsi venire in mente molte più idee innovative di quanto non abbiamo dovuto fare noi.

 

Non ci posso credere: eccone una in tempo reale. Giuro, non è un escamotage per chiudere il pezzo. Mia figlia, 16 anni, rientra ora dalla spesa. Entusiasta e stupefatta mi racconta che ha pagato il fornaio con una macchina automatica. Il commesso non tocca più il denaro, con guadagno di igiene e tempi di attesa.

 

Se sapremo governare il cataclisma che sta accadendo e non perderemo per strada il buon senso, forse potremo divertirci.

Trent’anni fa possedevo una Fiat 127 usata, a metano. Motore eccezionale, finiture spartane, carrozzeria penosa. Rappresentava un modello produttivo destinato a scomparire nel giro di pochi anni, sotto i colpi della qualità totale di stampo giapponese. All’epoca sognavo che i miei figli avrebbero guidato un’auto “spaziale”: sexy come la Batmobile e a inquinamento zero. Non fui un gran profeta: guidano una Fiat Punto usata a benzina, degna nipote della mia 127.

Quando i cowboy arrivarono nelle pianure centrali nordamericane, rimasero probabilmente molto delusi da quei territori aridi, ventosi e inospitali. Non potevano immaginare che sotto i loro piedi fosse annidato quello che in seguito sarebbe stato chiamato Ogallala: un enorme mare di acqua dolce che si estende fino a circa 300 m di profondità, su una superficie pari a una volta e mezzo l’Italia.

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Rex Tillerson è il segretario di Stato USA; esercita importantissime funzioni tra cui quella di ministro degli esteri. Prima di lavorare alla Casa Bianca, faceva l’amministratore delegato di Exxon-Mobil, la più grande multinazionale petrolifera occidentale.  Venti giorni fa, in occasione della riunione dei paesi che si affacciano sull’Oceano Artico, ha sottoscritto una dichiarazione in cui si prende atto della minaccia dei cambiamenti climatici e si sottolinea l’importanza degli accordi di Parigi. Ha cercato di convincere Donald Trump a non cancellare gli impegni siglati dal suo predecessore. Non c’è riuscito, come non ci sono riusciti i leader del G7, Papa Francesco e sua figlia Ivanka.

Lo scorso novembre ero a Pechino per lavoro. L’arrivo in città è stato sorprendentemente piacevole: sole splendente, visibilità illimitata; nulla che ricordasse l’immagine di una città-icona dell’inquinamento atmosferico, quando a un certo punto...

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