Ci sono momenti della vita che, visti retrospettivamente, hanno il sapore della perfezione. Del mondo ideale perché in quel momento preciso pensavamo che il nostro futuro sarebbe stato semplicemente ideale, prescindendo da cosa pensassimo del futuro che ci attendeva. Devono averlo capito bene gli autori di Stranger Things che sulla nostalgia di quegli anni, quelli della formazione, per noi che siamo nati intorno ai ’70, hanno basato una serie. Leggo su una newsletter: «Running up that hill, una canzone di Kate Bush del 1985, fondamentale – ai limiti dell’ossessivo – per la trama della serie, è tornata in classifica». E in effetti riascoltandola un po’ si torna a quei tempi. Potere della musica, sul quale torneremo.
Stranger Things: i motivi del successo
Stranger Things è una serie che ha fatto centro per un motivo semplice ma non banale: ha preso ingredienti molto noti e li ha messi insieme con una cura che oggi è rara. Da un lato c’è “l’operazione nostalgia anni ’80”, chiarissima e dichiarata: Spielberg, Stephen King, Carpenter, i Goonies, l’horror adolescenziale, le biciclette come veicolo narrativo. Ma non è solo citazionismo pigro: i fratelli Duffer, creatori e sceneggiatori della serie, usano quell’immaginario come grammatica, non come feticcio. Funziona anche se è possibile che non se ne colgano tutti i riferimenti.
Dall’altro c’è una struttura emotiva sorprendentemente solida. Il cuore della serie alla fine non è il Sottosopra – il misterioso mondo che appunto sta “sottosopra”, speculare a quello della realtà – ma i legami: amicizia, perdita, crescita, genitorialità imperfetta. La protagonista principale di quasi tutta la serie, Eleven (Undici), non è solo “la bambina con i poteri”, è un personaggio costruito su trauma, isolamento e ricerca di identità. Gli altri co-protagonisti – Hopper, Joyce, perfino Steve Harrington – creano archi narrativi veri, non decorativi.
Sul piano del genere, Stranger Things è un ibrido ben riuscito: fantascienza, horror, “coming-of-age”, melodramma familiare. Le prime due stagioni sono probabilmente le più equilibrate; andando avanti la serie cresce in scala (più mostri, più effetti, più epicità) e perde un po’ di intimità, ma guadagna in ambizione visiva e cupezza. La quarta stagione, in particolare, spinge forte sull’horror psicologico e sul tema del trauma, con esiti non sempre raffinati ma spesso potenti.
Il limite principale? A tratti l’autocompiacimento. Alcuni personaggi diventano macchiette, certi meccanismi si ripetono, e si ha la sensazione che la serie fatichi a lasciar andare ciò che l’ha resa popolare. È il rischio delle opere-fenomeno.
In sintesi: non è “solo” una serie pop, ma neanche un capolavoro rivoluzionario. È una storia raccontata bene, con un forte senso del ritmo e dell’emozione, che sa parlare a più generazioni senza fingere di essere più profonda di ciò che è. Di questi tempi, non è poco.
La scienza di Stranger Things
Poi esiste forse una lettura più simbolica di questo mondo speculare e cupo, il Sottosopra, che funziona proprio perché non è mai completamente chiusa: questo mondo è il rimosso, il trauma, il male immanente, non alieno in senso morale ma “interno” all’umano.
Il fatto che la cittadina teatro della serie sia una Hawkins deformata, marcescente, ma riconoscibile è tutt’altro che casuale: non è un Altro assoluto, è il nostro mondo visto senza filtri, senza protezioni, senza l’illusione dell’innocenza. In questo senso il cattivo in assoluto, Vecna è meno interessante come “mostro” che come cristallizzazione del dolore e della vendetta. Il male non arriva da fuori: emerge.
E la scienza dove sta? E “come” sta all’interno della serie? Proprio qui la semi-spiegazione scientifica inciampa. Il richiamo al wormhole, al ponte di Einstein-Rosen (già usato in serie Tv e film, si pensi a Interstellar), che si fa negli episodi finali, è una classica toppa razionalizzante: serve a dare l’impressione che “tutto torni”, ma in realtà toglie forza al dispositivo simbolico. È come se gli autori, a un certo punto, non si fidassero più del pubblico e sentissero il bisogno di dire: tranquilli, c’è una spiegazione. Ma la spiegazione non è né necessaria né particolarmente elegante. Insomma neppure troppo paradossalmente, la serie funzionava meglio quando la scienza era “di contorno” e strumentale (radio, elettrodi, magneti, esperimenti); il gruppo di ragazzini nerd, appassionati di giochi di ruolo – “un” gioco di ruolo, anzi “il” gioco di ruolo: Dungeons & Dragons – e di scienza, grande soddisfazione del prof. che, a tratti, compare nella serie.
Quando il Sottosopra è trattato come un “regno dell’ombra” moderno, una versione pop dell’Ade o dell’inconscio junghiano, regge. Quando diventa un problema di topologia dello spaziotempo… molto meno. Anche perché la coerenza scientifica è solo apparente e davvero il ponte Einstein-Rosen è veramente tirato dentro per i capelli.
L’importanza della musica nella serie
Alla fine Stranger Things dà il meglio quando accetta di essere ciò che è: una fiaba nera sull’infanzia, la perdita e la fine dell’innocenza. Quando prova a chiudere tutto – moralmente, politicamente, scientificamente – si irrigidisce e perde di senso, ma resta, nonostante tutto, una favola che ha saputo parlare anche a chi, come tutti coloro che viaggiano sul mezzo secolo e oltre, ricorda benissimo la propria adolescenza. Un ricordo alimentato da quello che è, narrativamente, un piccolo colpo di genio… E qui torniamo alla musica: Kate Bush non è una semplice scelta musicale riuscita, ma si configura come un vero e proprio dispositivo drammaturgico. Running up that hill diventa un vero e proprio elemento narrativo, non una colonna sonora. La musica non commenta la scena: la fa accadere. Senza quella canzone una delle protagoniste Max(ine) muore. Letteralmente.
E l’audiocassetta non è feticismo vintage, ma un vero e proprio oggetto liminale: fragile, analogico, personale. Non uno streaming impersonale, ma qualcosa che devi premere, riavvolgere, tenere con te. È memoria fisica, ricorda il walkman di quegli anni. È identità incisa su nastro. In loop, come certi pensieri quando si sta male e il “loop” diventa la cura, come qualche appassionato ha realizzato, qui, con un’ora intera di audio in cui la canzone è sempre quella.
La trovata è potentissima perché intercetta qualcosa di profondamente vero: in adolescenza la musica non è intrattenimento, è ancora di salvezza. Ti riporta a momenti precisi, a stati emotivi cristallizzati. È una scorciatoia verso il sé, quando il resto è confuso o doloroso. Contro Vecna – che è trauma, colpa, depressione – non servono armi (da quel punto di vista risulta pressoché invincibile), ma un legame emotivo abbastanza forte da tirarti fuori.
Ed è interessante che la serie lo lasci intendere, senza dirlo esplicitamente: il contrario dell’annientamento non è la forza, ma la connessione. Con gli altri, certo, ma anche con ciò che ti ha fatto sentire vivo.
Questo è forse il valore maggiore di Stranger Things: la capacità, rara in un mare di serie TV, di agganciarsi alla memoria emotiva dello spettatore e non lasciarla più andare.
Immagine di copertina: Undici, interpretata da Millie Bobby Brown nella quinta stagione di Stranger Things (fonte: Mickaël Hammersmith – Wikimedia).