Progettazione genetica: dal film alla realtà
Lo sappiamo: la fantascienza materializza molti dei nostri incubi sul futuro. Quasi tutti per la verità. Immaginate quindi un mondo perfetto, ordinato, elegante, in cui il destino di ognuno è scritto nel DNA. In un vecchio film, un film che risente dello zeitgeist – eravamo nel periodo in cui Craig Venter giocava a fare Dio con il DNA umano – Gattaca (1997), questa è la realtà: gli individui “di serie A” occupano posizioni di comando e prestigio, mentre quelli di “di serie B” sono confinati a mansioni di servizio, esclusi dalla piena partecipazione sociale. La trama segue Vincent, nato naturalmente, non “in provetta”, e quindi geneticamente “imperfetto”, che lotta contro un sistema che giudica la vita umana in base a un codice genetico. La tensione tra libertà individuale e controllo genetico rende il film un potente monito sui pericoli di una società che misura il valore delle persone sul DNA.
Non che mancassero esempi storici illustri – basti pensare all’eugenetica nazista – ma pensavamo di esserci lasciati tutto alle spalle. Invece oggi alcune tecnologie scientifiche sembrano avvicinarci a scenari simili. Negli ultimi anni, la genetica riproduttiva ha compiuto passi da gigante. Start-up della Silicon Valley offrono screening sugli embrioni per stimare il rischio di malattie o la presenza di mutazioni rare, e il Crispr permette di modificare il DNA con precisione per trattare malattie rarissime. Tuttavia, questi interventi permanenti aprono la strada ai cosiddetti “designer babies” o “super babies”: figli concepiti non solo per prevenire malattie, ma anche per ottimizzare intelligenza, aspetto fisico e altre caratteristiche, come evidenziato da Healthline.
Lo screening genetico come selezione della specie
Se in molti Paesi queste tecniche sono vietate, negli Stati Uniti la situazione è diversa: il settore cresce grazie a capitali privati e a regolamentazioni ancora incomplete, come sottolinea il New York Times, mentre il Washington Post segnala l’aumento di interesse per test genetici anche su neonati sani, inclusi quelli per disturbi dello spettro autistico. Reuters riporta che in Giappone, alcuni scienziati potrebbero essere vicini a correggere il cromosoma responsabile della sindrome di Down.
Dietro la promessa di “massimizzare il potenziale” dei figli si nascondono interrogativi etici di enorme rilevanza: l’accesso selettivo alle tecnologie genetiche rischia di generare nuove forme di esclusione e discriminazione, rimettendo in discussione valori di equità e inclusione. Come accennato non si tratta di un tema del tutto nuovo: la storia della scienza genetica porta con sé i fantasmi dell’eugenetica, l’idea diffusa nel Novecento che fosse possibile “migliorare” la specie umana eliminando tratti considerati indesiderabili, fino alle tragiche applicazioni nel regime nazista.
Oggi, anche se più sottili, emergono analogie inquietanti: lo screening genetico su embrioni o neonati convive con discorsi pronatalisti che legano la riproduzione a obiettivi politici o demografici. Negli ambienti conservatori statunitensi, per esempio, si osserva un crescente interesse per tecnologie che permettano di avere figli “migliori”, insinuando che il benessere del Paese possa dipendere dalla selezione genetica della sua popolazione.
Gattaca, a distanza di decenni, resta un monito visivo e narrativo: il sogno della perfezione genetica può trasformarsi in un incubo di controllo sociale. Oggi, tra laboratori della Silicon Valley e dibattiti etici nei consessi scientifici, la linea che separa progresso e distopia sembra più sottile che mai.
Immagine di copertina: Pavel Danilyuk – Pexels