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01 Set 2025

La peer review verso la trasparenza

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La rivista The Scientist ha recentemente pubblicato un articolo che racconta di una novità apparentemente senza particolare rilievo. Si tratta di cambiamento introdotto da una delle più prestigiose – forse la più prestigiosa – riviste scientifiche del mondo, Nature, che dal giugno di questo 2025 ha iniziato a pubblicare automaticamente i rapporti di peer review insieme agli articoli. L’esperimento ebbe inizio nel 2016 con la sezione Nature Communications (inizialmente facoltativo, poi reso obbligatorio nel 2022).

Ma perché questa novità? I benefìci attesi da questa piccola rivoluzione copernicana constano sostanzialmente:

  • in una maggior trasparenza e fiducia nel processo scientifico;
  • in una possibile e auspicata “utilità formativa” per giovani ricercatori, che possono imparare come si costruisce una critica costruttiva;
  • la possibilità di usare i rapporti come prova del rigore della revisione e come riconoscimento del lavoro dei referee (citabile in CV e valutazioni).

 

Gioie e dolori della revisione tra pari

Il metodo della peer review, la revisione tra pari, è da sempre un po’ controverso e, come diceva un collega ricercatore di lungo corso, «non è perfetto, anzi, ma è il migliore che abbiamo». Non mancano le criticità e dubbi.

La prima questione è che non è chiaro chi sarà il pubblico effettivo: data l’elevata specializzazione della scienza, molti rapporti richiedono competenze specifiche per essere compresi.

In secondo luogo alcuni temono che la pubblicazione non aumenti realmente la fiducia del pubblico o dei decisori politici senza adeguati riassunti accessibili e, infine, pare che questo possa aumentare il carico di lavoro per i revisori, che normalmente fanno a titolo gratuito e per amor di scienza questo lavoro e potrebbero sentirsi obbligati a scrivere commenti più elaborati.

Entrando più in dettaglio gli aspetti controversi non finiscono. Finora i revisori sono rimasti anonimi. Con questa novità dovrebbero continuare a esserlo oppure dovrebbero “esporsi” e firmare i loro giudizi? Alcuni sostengono che firmare incentiverebbe etica e responsabilità, altri temono che possa ridurre la disponibilità a fare da revisori o limitare la critica sincera. Ci sono riviste che hanno già sperimentato forme di trasparenza (es. eLife) e mostrano che le recensioni firmate tendono a essere più positive di quelle anonime. Dal 2023 infatti la rivista ha cambiato modello e pubblica quasi tutti gli articoli subito, con peer review trasparente a posteriori. Questo dà più controllo agli autori e riduce i rifiuti “a monte”, ma rischia di creare un eccesso di informazioni difficili da filtrare.

In conclusione la peer review trasparente è vista in generale come un cambiamento positivo, anche se restano aperte questioni su anonimato, impatto sui contenuti delle recensioni e possibili adattamenti (come sintesi per i non esperti). Di fatto si tratta di un “esperimento in corso” che richiederà tempo per valutarne appieno gli effetti e che si inserisce nell’alveo dei possibili miglioramenti di un sistema che sta alla base del “fare scienza”.

 

Un po’ di storia

Il motivo di questo affannarsi intorno a una questione apparentemente marginale per i non addetti ai lavori è storico: l’affidabilità del sistema di peer review e la problematica delle frodi scientifiche. La revisione tra pari, in una qualche misura istituzionalizzata nella forma in cui la conosciamo, ha un’origine giuridica, nata paradossalmente nel mondo della giurisprudenza americana negli anni ’20 con il caso Frye, per poi evolversi con i più strutturati criteri Daubert del 1993[1].

Siamo di fronte a una contraddizione apparente: mentre il metodo scientifico rimane teoricamente solido nelle sue procedure di verifica e controllo, il sistema che dovrebbe garantirne l’integrità – la peer review – mostra segni di cedimento. Il problema non è tanto il metodo in sé, quanto le pressioni economiche e carrieristiche che lo deformano. La cosiddetta scienza “post-accademica”, caratterizzata da finanziamenti privati e obiettivi applicativi immediati, ha sostituito i valori mertoniani tradizionali (sintetizzati nell’acronimo CUDOS, Comunitarismo, Universalismo, Disinteresse, Originalità e Scetticismo) con logiche più commerciali e competitive (PLACE: Proprietà, Località, Autoritarismo, Commesse ed Esperti, secondo Ziman).

In molti casi si assiste al fenomeno della “scienza a due velocità”, dove quella più mediatica e legata a possibili breakthrough commerciali è maggiormente esposta al rischio di manipolazioni, mentre la ricerca di base, meno visibile ma più “serena”, mantiene standard etici più elevati. Il “publish or perish” diventa così una trappola che spinge verso scorciatoie pericolose, aggravata dal sistema dell’impact factor, che privilegia le scoperte eclatanti rispetto alla solidità metodologica.

Il fenomeno delle frodi scientifiche è ampiamente documentato attraverso casi emblematici come quelli di Hwang Woo-suk[2] e Jan Hendrik Schön[3] e rivela inoltre come il sistema di controllo possa essere aggirato dalla complicità involontaria di una comunità accademica troppo ansiosa di celebrare successi che riflettano prestigio sulle istituzioni di appartenenza. Significativamente, sono spesso figure marginali – assistenti, giovani ricercatori – a denunciare le irregolarità, suggerendo che il sistema gerarchico possa costituire un ostacolo alla trasparenza.

Ma non tutto il male vien per nuocere: la crescita numerica delle ritrattazioni, infatti, può essere letta anche come segno di maggiore vigilanza e capacità di autocorrezione del sistema. La percentuale di frodi scientifiche, per quanto in crescita, rimane statisticamente molto inferiore, per esempio, alla criminalità comune, e soprattutto sono gli stessi scienziati a denunciare pubblicamente le “mele marce”. L’evoluzione che si è avuta – e che è ancora in corso – verso l’open access e questi sistemi di “trasparenza” come quello introdotto da Nature, pur non essendo immune da problemi, rappresenta comunque un passo verso maggiore trasparenza e democratizzazione della conoscenza.

Ne emerge un cauto ottimismo: il sistema scientifico, pur attraversando una crisi di crescita legata alla sua massificazione e commercializzazione, mantiene ancora meccanismi di autocorrezione che lo distinguono favorevolmente da altri ambiti della società. La sfida è preservare questi anticorpi mentre si affrontano le pressioni di un mondo sempre più veloce e competitivo.

 

 

 

[1] Per una breve analisi di questi due casi, si invita alla lettura del capitolo finale del volume Parola di Scienziato. La conoscenza ridotta a opinioni, a cura di Francesca Dragotto e Marco Ferrazzoli.

[2] Hwang Woo-suk (2004-2005, sulla rivista Science): ricercatore sudcoreano che dichiarò di aver clonato cellule staminali umane, ma i dati erano inventati e hanno dato seguito a ritrattazioni clamorose.

[3] Jan Hendrik Schön (anni 2000, sulle riviste Science e Nature): fisico tedesco dei Bell Labs che pubblicò decine di articoli su semiconduttori organici, ma si è scoperto che manipolava i dati. Una delle più grandi frodi della fisica moderna.

Luciano Celi
Luciano Celi
Luciano Celi ha conseguito una laurea in Filosofia della Scienza, un master in giornalismo scientifico presso la SISSA di Trieste e un secondo master di I livello in tecnologie internet. Prima di vincere il concorso all'Istituto per i Processi Chimico-Fisici al CNR di Pisa, ha fondato con Daniele Gouthier una piccola casa editrice di divulgazione scientifica. Nel quinquennio 2012-2016 ha coordinato il comitato «Areaperta» (http://www.areaperta.pi.cnr.it), che si occupa delle iniziative di divulgazione scientifica per l'Area della Ricerca di Pisa ed è autore, insieme ad Anna Vaccarelli, della trasmissione radio «Aula 40» (http://radioaula40.cnr.it/). Nel giugno 2019 ha discusso la tesi di dottorato in Ingegneria Energetica.
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