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25 Mar 2025

Libertà della scienza, libertà personali

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Nell’articolo precedente ci siamo lasciati sull’onda delle proteste che la comunità scientifica ha posto in essere contro l’amministrazione Trump, in relazione ai tagli dei fondi alla ricerca, ai licenziamenti, alla generale situazione non proprio rosea che lasciano intuire queste iniziative.

 

Un episodio allarmante

Come se non bastasse, il Guardian riporta la notizia secondo la quale, il 9 marzo scorso, un ricercatore francese è stato respinto all’ingresso negli Stati Uniti dopo che gli agenti dell’immigrazione hanno esaminato il suo telefono e trovato messaggi critici nei confronti dell’amministrazione Trump.

Philippe Baptiste, ministro francese dell’Istruzione superiore e della Ricerca, ha espresso preoccupazione per l’accaduto, sottolineando l’importanza della libertà di opinione e della ricerca accademica. Ha dichiarato che il provvedimento è stato preso perché il telefono del ricercatore conteneva scambi con colleghi e amici in cui esprimeva opinioni personali sulla politica di ricerca dell’amministrazione Trump.

Questo incidente solleva interrogativi sulla libertà di espressione e sulle pratiche di controllo alle frontiere statunitensi, soprattutto in relazione all’accesso ai dispositivi personali dei viaggiatori. La perquisizione dei dispositivi elettronici da parte delle autorità di frontiera è una pratica controversa, che può coinvolgere sia cittadini statunitensi che stranieri. Tuttavia, l’accesso a tali dispositivi senza un mandato solleva preoccupazioni riguardo alla privacy e alla libertà individuale.

 

Libertà e dati personali

L’episodio del ricercatore fermato alla frontiera è solo un esempio estremo, ma fa emergere una questione più ampia: il controllo sulle informazioni e la capacità delle grandi piattaforme di influenzare la libertà individuale. E non è un problema nuovo. Già più di dieci anni fa, studi controversi mostravano come i social media potessero modificare comportamenti ed emozioni senza che gli utenti ne fossero consapevoli.

Preoccupazioni quindi che non nascono oggi. Nel nostro Paese, per esempio, quasi tutti gli atenei e il Consiglio Nazionale delle Ricerche si sono affidati, da ormai qualche anno, per la gestione della posta elettronica istituzionale e dei servizi annessi (spazio cloud in primis) alle due multinazionali statunitensi più grandi sul mercato: Microsoft e Google.

Fa per certi aspetti un po’ sorridere che ci si preoccupi del telefonino alla frontiera, quando, in teoria, abbiamo consegnato volontariamente tutti i nostri dati – non solo quelli personali (alla fine sono fatti nostri e ognuno sceglierà di consegnarli a chi vuole), ma proprio quelli accademici, di lavoro – in mano loro. Certo: possiamo immaginare ferrei accordi tra le parti, secondo i quali sarà fondamentale il rispetto del diritto alla privacy, ecc.: ma siamo davvero sicuri che, qualora se ne ravvisasse la necessità, il signor Google o il signor Microsoft non vadano a dare un’occhiatina alle vostre mail o ai file che avete sul loro spazio cloud?

 

L’influenza dei social network

Facciamo un passo indietro e andiamo appunto a una decina d’anni fa, anzi 13 per essere più precisi: il 12 settembre 2012 esce un articolo-bomba su Nature: A 61-million-person experiment in social influence and political mobilization che presenta uno studio condotto su 61 milioni di utenti Facebook durante le elezioni congressuali statunitensi del 2010.

L’obiettivo era testare l’efficacia della mobilitazione politica attraverso i social network e misurare l’impatto dei messaggi sulla partecipazione elettorale. Lo studio conclude che i social media possono modellare il comportamento politico nel mondo reale, con potenziali impatti anche sulle strategie elettorali future. Questo 13 anni fa.

Un anno e qualche mese dopo esce un altro studio: Experimental evidence of massive-scale emotional contagion through social networks. L’articolo, pubblicato su PNAS nel 2014, presenta un esperimento su 689 003 utenti di Facebook per verificare se gli stati emotivi possano essere trasmessi attraverso i social network senza interazioni dirette o segnali non verbali. Obiettivo dello studio era quello di testare il fenomeno del contagio emotivo: ossia se l’esposizione a contenuti emozionali (positivi o negativi) sui social media potesse influenzare lo stato emotivo degli utenti, modificando il tono dei loro post successivi. Anche qui i risultati sono quelli che possiamo aspettarci: le emozioni sono “contagiose” anche online.

Questi due studi dimostrano due cose fondamentali: i social media non solo influenzano il comportamento politico, ma possono anche modificare gli stati emotivi delle persone su larga scala. E tutto questo senza che gli utenti ne siano consapevoli.

La loro uscita a suo tempo sollevò un vespaio di polemiche: a poche settimane dalla pubblicazione del secondo, una redattrice di Nature, Michelle N. Meyer, difese – ex post possiamo dire, con argomentazioni alquanto maldestre – la “libertà della ricerca” in un editoriale di poco più di una pagina: Misjudgements will drive social trials underground. A fronte degli attacchi di alcuni ricercatori e bioeticisti la Meyer ha contestato questa visione, sostenendo che Facebook manipola i contenuti in modo continuo per ottimizzare l’engagement degli utenti; l’esperimento non ha fatto nulla di straordinario rispetto alla prassi normale. Secondo lei non è stata violata la privacy degli utenti, poiché l’analisi è stata condotta da software automatici, senza intervento umano e inoltre l’esperimento non ha generato rischi significativi: i risultati mostrano solo variazioni minime nell’uso di parole positive o negative.

C’è però un problema di informazione e di consenso: non è stato infatti chiesto agli utenti un consenso esplicito per partecipare allo studio. La questione anche qui non è chiara: alcuni sostengono che il consenso non fosse necessario, perché lo studio rientrava nelle normali aspettative d’uso di Facebook; altri ritengono che ottenere il consenso avrebbe alterato i risultati, influenzando il comportamento degli utenti.

La Meyer paventa poi il rischio di bloccare la ricerca scientifica: la reazione negativa alla ricerca potrebbe scoraggiare altri studi simili o spingere le aziende a condurre esperimenti senza condividerne i risultati. Infatti, sempre secondo Meyer, se Facebook può modificare i contenuti per migliorare l’esperienza degli utenti a fini commerciali, allora dovrebbe essere incoraggiato a studiarne gli effetti e a pubblicarne i dati e quindi ne discenderebbe, secondo l’autrice, che la ricerca scientifica rigorosa aiuta a comprendere meglio il mondo digitale e i suoi effetti psicologici e sociali.

In conclusione l’articolo sostiene che demonizzare studi come quello di Facebook sul “contagio emotivo” sia controproducente: se si vuole regolamentare l’uso delle emozioni nei social media, bisogna considerare anche le pratiche standard delle aziende, che già influenzano il comportamento degli utenti. In sostanza invece di reprimere la ricerca, bisognerebbe favorire studi trasparenti e supervisionati, per comprendere meglio gli effetti dei social network sulla società.

 

Cos’è la libertà di ricerca?

Questi ragionamenti sono un po’ borderline: a me pare, ma mi posso sbagliare, che la cosa più grave siano proprio queste giustificazioni ex post. Sebbene l’autrice faccia passare l’idea della libertà della ricerca, norme di condotta etica devono pur continuare a esistere, altrimenti, in nome di questa libertà, possiamo fare tutto, compreso torturare il prossimo per vedere qual è la sua soglia del dolore (o altri esperimenti che venivano eseguiti durante il Terzo Reich sugli internati nei lager). Distinguerei quindi questa prima cosa, da quella successiva, secondo la quale, se si impedisse, allora Facebook farebbe questa stessa cosa in segreto. Beh, ma a quel punto andrebbe contro la legge e almeno sarebbe sanzionabile, no? Personalmente individuo nel ragionamento di Meyer almeno due fallacie argomentative: la prima è relativa al concetto secondo il quale la libertà della ricerca non significa libertà di sperimentare senza regole, dato che la bioetica esiste proprio per garantire che la ricerca non violi diritti fondamentali. Inoltre l’assenza di un “rischio evidente” per gli utenti non giustifica la mancanza di consenso informato. Certamente lo studio di Facebook non è paragonabile agli esperimenti medici, ma rientra comunque in una manipolazione inconsapevole del comportamento umano.

Sostenere che “se non lo permettiamo apertamente, lo faranno di nascosto” è un ricatto morale, non un’argomentazione etica. È come dire che dobbiamo accettare il furto perché altrimenti i ladri si organizzeranno meglio. Se Facebook violasse la legge, andrebbe perseguito, non assecondato e la soluzione non è accettare pratiche eticamente discutibili per evitare che diventino clandestine, ma piuttosto rafforzare la regolamentazione e i meccanismi di controllo.

Questo è quello che accadeva 11 anni fa. L’impressione è che la libertà di espressione del singolo ricercatore sia solo la punta più visibile di un problema molto più profondo: chi controlla l’informazione controlla la società. E il mondo accademico, così come la politica, dovrebbe iniziare a preoccuparsene davvero.

 

Luciano Celi
Luciano Celi
Luciano Celi ha conseguito una laurea in Filosofia della Scienza, un master in giornalismo scientifico presso la SISSA di Trieste e un secondo master di I livello in tecnologie internet. Prima di vincere il concorso all'Istituto per i Processi Chimico-Fisici al CNR di Pisa, ha fondato con Daniele Gouthier una piccola casa editrice di divulgazione scientifica. Nel quinquennio 2012-2016 ha coordinato il comitato «Areaperta» (http://www.areaperta.pi.cnr.it), che si occupa delle iniziative di divulgazione scientifica per l'Area della Ricerca di Pisa ed è autore, insieme ad Anna Vaccarelli, della trasmissione radio «Aula 40» (http://radioaula40.cnr.it/). Nel giugno 2019 ha discusso la tesi di dottorato in Ingegneria Energetica.
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