Sapere Scienza

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RUBRICA - Scienza e beni culturali

Quando stendiamo il bucato al sole poniamo sempre molta attenzione a non lasciarlo esposto per giorni, questo perché la luce modifica il colore dei capi che, nelle aree maggiormente illuminate, si schiarirebbe. La stessa cosa, in modalità diverse, succede ai pigmenti di opere d'arte esposte all'illuminazione museale. Nonostante l'avvento delle lampade a LED, i danni da fenomeni fotochimici sono sempre dietro l'angolo.

La mela occupa un posto ingombrante nel nostro immaginario, ancora più che nelle nostre tavole: è il frutto dell'albero della Conoscenza nel Libro della Genesi, la strega della fiaba di Biancaneve la offre alla protagonista per poterla avvelenare e quante volte ci avranno ripetuto che "una mela al giorno leva il medico di torno"? Malgrado il suo aspetto ingenuo e rassicurante, la letteratura e i vecchi adagi ci hanno da sempre mostrato un lato non del tutto innocente di questa succosa tentazione. E dal punto di vista evolutivo? La mela è sempre stata così come la vediamo? Quando ha iniziato il suo processo di domesticazione? La sua forma e la sua dimensione sono opera dell'uomo? Vedrete che, anche in questo caso, il "frutto del peccato" ci mostrerà qualcosa di inaspettato. Prima di iniziare, però, ho una domanda: vi è mai capitato di piantare il seme di una mela? Se sì, quale è stato il risultato finale? Ve lo chiedo perché, grazie a questo viaggio, scopriremo le risposte a questi quesiti e soprattutto la ragione per cui ciò accade.

L'impronta delle attività umane sull'ambiente ha iniziato a prendere forma molto prima di quanto immaginiamo. Molto più lontano di quegli anni Cinquanta in cui si cerca di posizionare il principio dell'Antropocene. Le testimonianze delle modificazioni da noi apportate sui normali equilibri di animali, piante e paesaggi vengono da un passato remoto e sono state rinvenute in decenni di ricerca archeologica. Sono i resti animali, quelli studiati dall'archeozoologia. Proprio per l'importanza che rivestono queste informazioni, sono ora parte di un nuovo database progettato dagli studiosi del Florida Museum of Natural History. Si chiama ZooArchNet.

La contraffazione di pietre preziose non è una novità nei tempi che stiamo vivendo. Forse non lo era neanche per i nostri antenati preistorici: in due siti archeologici spagnoli risalenti al III e II millennio a. C. sono state trovate delle particolari perline ricoperte in resina, probabilmente fatte passare per ambre. Un'antichissima truffa? Potrebbe essere, ma ci sono anche altre interessanti possibilità per spiegare la presenza di questi particolari oggetti nelle sepolture esaminate.

Mantenere la stabilità di un governo per lungo tempo non è affatto semplice. È per questo che alcuni archeologi si sono domandati come sia stato possibile per l'impero Wari, instauratosi nell'antico Perù dal 600 al 1000 dopo Cristo, resistere così a lungo. Ricerche storiche e analisi archeometriche sembrano fornire una risposta interessante: il segreto sarebbe legato a festeggiamenti innaffiati da un rifornimento costante di chicha, bevanda che potremmo accostare facilmente all'attuale birra in quanto preparata attraverso la fermentazione spontanea di cereali o frutta.

La cattedrale di Notre Dame in fiamme. No, non è una delle scene del cartone animato della Disney dedicato al gobbo, protagonista del romanzo di Victor Hugo, "Notre Dame de Paris". Lunedì 15 aprile 2019, nel tardo pomeriggio, il tetto del celebre edificio, patrimonio dell'umanità UNESCO dal 1991, ha preso fuoco. La guglia medievale, ricostruita nel XVII secolo durante i restauri condotti dall'architetto Eugène Viollet-le-Duc, e le capriate lignee sono andate distrutte. Sembra invece che, fortunatamente, la struttura in pietra, gli interni e i tesori in essi conservati siano stati risparmiati dal fuoco, benché abbiano subito danneggiamenti legati al fumo e alle alte temperature. Notre Dame sarà ricostruita, proprio come è stato fatto in passato. Nel caso si decidesse di seguire un criterio di restauro simile a quello dell'Ottocento, si riporterà l'edifico di culto al suo aspetto "originario", riproducendo le parti mancanti esattamente come erano prima dell'incendio. Come fare? Precedenti studi architettonici condotti con il laser scanner e una ricostruzione virtuale creata per un famoso videogioco potrebbero essere il materiale di partenza per questa impresa.

L'interazione tra uomo e natura non è mai priva di conseguenze. I segni di questi rapporti possono rimanere impressi persino nella memoria di una pianta. Lo testimonia la ricerca del Max Planck Institute for the Science of Human History che, esaminando gli anelli degli alberi di noce del Brasile, hanno iniziato a ricostruire parte della storia dell'Amazzonia.

Per quarant'anni, da quando venne ritrovato negli anni '70, l'Esercito di Terracotta di Qin Shi Huang, è stato per gli scienziati una dimostrazione dell'altissimo livello raggiunto dall'artigianato cinese già nel III secolo avanti Cristo. È per questo motivo che, osservando lo stato di conservazione delle sue armi in bronzo e registrando la presenza di cromo in alcuni campioni provenienti da quei reperti, gli archeologi hanno immaginato che quelle menti e quelle mani, così attente e sapienti, fossero state in grado di ideare e utilizzare il primo trattamento anticorrosione della storia. Nel corso degli anni, con lo studio e l'avvento di nuove tecnologie, qualche dubbio su questa teoria è sorto e ora, nuove analisi hanno rivelato che i motivi per cui il tempo non ha quasi distrutto l'arsenale di quell'esercito, eterno e silente, non è racchiuso in una superficie cromata.

Senza di lei non saremmo riusciti a decifrare gli enigmi del nostro passato, a conoscere la nostra evoluzione, la nostra storia. Con il suo aiuto gli oggetti hanno acquisito una voce sempre più limpida e trasparente e ci hanno raccontato quello che siamo stati, spesso suggerendoci quello che diverremo. È l'archeometria, che lascia il retroscena di uno dei musei italiani più famosi per passare alle luci della ribalta, con "Archeologia Invisibile": una mostra temporanea realizzata dal Museo Egizio di Torino, aperta ai visitatori dal 13 marzo 2019 al 6 gennaio 2020.

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copertina   maggio-giugno 2019

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