Sapere Scienza

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RUBRICA - Scienza e beni culturali

In archeologia ci sono quesiti che difficilmente trovano risposta con i tradizionali metodi di indagine. È per questo che un gruppo di ricercatori argentini e spagnoli ha utilizzato tecniche statistiche di machine learning per analizzare la relazione tra mobilità e tecnologia di gruppi di cacciatori-raccoglitori che hanno occupato il sud della Patagonia da 12.000 anni fa fino alla fine del XIX secolo. I risultati sono stati pubblicati in un articolo della rivista Royal Society Open Science.

Questo è il tempo in cui la tecnologia ci permettere di diffondere il sapere con strumenti sempre più sofisticati ed efficaci. Può accadere che pagine e pagine spiegazzate di archivi impolverati riescano a rivivere grazie non solo alla digitalizzazione ma anche a una contestualizzazione attenta che rivela la vita e il lavoro di un uomo le cui idee sul patrimonio naturale e culturale del nostro Paese sono ancora incredibilmente attuali. L'uomo di cui sto parlando è Antonio Cederna, i cui articoli sono stati raccolti e inseriti in una narrazione digitale georeferenziata e ricca di approfondimenti nel sito "I paesaggi di Antonio Cederna".

Quante volte abbiamo sentito dire da qualche nostalgico "si stava meglio quando si stava peggio", riferendosi al - percepito ma non reale - peggioramento della qualità di vita, tra malattie, inquinamento e cambiamenti climatici in atto? Trascurando le condizioni medie in cui versavano i nostri predecessori, c'è stato realmente un annus horribilis: è il 536. Come lo sappiamo? Grazie a fonti storiche e alle preziose informazioni conservate nei ghiacciai.

I linguaggi attraverso i quali si può trasmettere la passione per la scienza o si può far capire al grande pubblico cosa succede dietro le mura di un laboratorio, sono molteplici e, a volte, inaspettati. Ce lo dimostra "Figure di scienza", un progetto dell'associazione Accatagliato, un team multidisciplinare di scienziati, grafici, docenti, giornalisti e comunicatori, che ha come obiettivo la creazione di un dialogo tra scienza e società. Abbiamo intervistato la presidentessa dell'associazione, Agnese Sonato, per scoprire le novità dei prossimi mesi.

Non è la prima volta che paragoniamo le indagini scientifiche svolte per svelare i misteri della storia dell'arte a quelle portate avanti dalla polizia, legate a casi di cronaca. Questa volta l'analogia diventa strettissima poiché gli scienziati hanno voluto raccogliere prove per capire le cause della morte di un personaggio - a dir poco turbolento - della pittura italiana. Stiamo parlando di Michelangelo Merisi, conosciuto come il Caravaggio (1571-1610).

Un calzino a strisce colorate da bambino, di quelli con l'alluce separato dalle altre dita dei piedi. Un capo scappato dall'ultimo ciclo di lavatrice di qualche famiglia? No, si tratta di un reperto conservato nel British Museum di Londra, analizzato recentemente con un nuovo protocollo. Una serie di tecniche, per lo più non-invasive, che hanno svelato alcune importanti caratteristiche della manifattura tessile dell'Antico Egitto.

L'archeologia non è solo grandiosi monumenti, romantici ruderi e preziosi reperti. Molto spesso è necessario "pescare nel torbido" per cercare di ricostruire il nostro passato e, in un recente studio pubblicato dalla rivista scientifica Proceedings of the Royal Society B - Biological Sciences, è stato fatto letteralmente: le feci conservate in latrine medioevali hanno protetto sino ai giorni nostri le uova di alcuni parassiti che avevano infestato la gente del tempo. Ma cosa ci possono dire questi fastidiosi compagni delle società vissute secoli fa?

Il buio ci accoglie in sala e veniamo immersi in un'atmosfera fuori dallo spazio e dal tempo, proiettati in una dimensione passata in cui la musica, la danza tra luci e ombre e la voce sapiente del narratore, raccontano una storia conosciuta da pochi, una vicenda in cui si mescolano geologia, entomologia, evoluzione e umanità. Questa è la storia di una farfalla, per l'esattezza una falena, la Brahmaea europaea, un vero e proprio fossile vivente ancora presente nel territorio del Vulture, in Basilicata, portata in scena nello spettacolo "The Everlasting Butterfly", realizzato dall'associazione Vulcanica in collaborazione con la Compagnia Teatrale L'Albero e l'associazione Liberascienza.

Lo stereotipo costruito con il passare degli anni intorno agli uomini di Neanderthal è quello di ominidi piuttosto nerboruti, adatti ad attività in cui è richiesta forza più che precisione. Questa interpretazione, supportata in parte dai ritrovamenti in cui è possibile osservare un'ossatura delle mani piuttosto robusta, sta iniziando a vacillare grazie alle nuove indagini archeologiche, le quali forniscono indizi di un comportamento culturale più sofisticato di quanto ci aspettassimo. Sembra, infatti, che gli individui di Homo neanderthalensis fossero "più sarti che muratori". Cosa significa questa affermazione? Scopriamolo a partire da un articolo recentemente pubblicato su Science Advances.

Una scheggia di un materiale simile a una roccia con dei segni incrociati di colore rosso. Un oggetto piccolo, delle dimensioni di pochi centimetri, che ha catturato l'attenzione degli archeologi che lo hanno ritrovato. Cosa avrà mai di speciale questo reperto? Potrebbe essere il disegno più antico eseguito da un Homo sapiens. Una prima forma di arte e di ragionamento simbolico? Dare una risposta a questo quesito è molto complesso e, per farlo, i ricercatori hanno svolto numerose analisi. I risultati ottenuti sono stati pubblicati su Nature.

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copertina   novembre-dicembre 2018

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